Martedì, 11 Dicembre 2018

    Focus Ilva, tutti i nodi della vertenza In evidenza

    By Marco RUFFO Maggio 15, 2018 193
    Foto di repertorio Foto di repertorio

    La trattativa in stand-by, le assemblee dei lavoratori, gli esuberi, gli impianti che Mittal sarebbe pronto a cedere in caso di perfezionamento dell’accordo. Quando si parla di Ilva si parla di tutte queste cose allo stesso tempo. Per questo il rebus sembra essere sempre più intricato man mano che il tempo passa.

     

    Le assemblee dei lavoratori

    Si andrà aventi sino al 24 maggio. Dieci giorni di confronto con gli operai all’interno della fabbrica per chiarire a tutti i lavoratori come stiano effettivamente le cose. Le assemblee programmate all'Ilva dai sindacati per fare il punto sulla vertenza sono iniziate ieri, ma ha già fatto capolino l’idea di uno sciopero accompagnato da una manifestazione pubblica. Ci sarebbe anche la data, ovvero il 26 maggio. 

    I sindacati rimangono fermi sulle loro posizioni: no agli esuberi e alla riduzione della forza lavoro. Ma cosa accadrebbe in caso di mancata ratifica dell’accordo tra Mittal e le parti sociali? Al termine dell’ultimo vertice tenutosi al Mise, la Fim e la Fiom con le dichiarazioni dei segretari Bentivogli e Re David avevano lasciato intendere che Am InvestCo avrebbe potuto proseguire nel proprio cammino forte della firma apposta in calce al contratto di fitto stipulato con il Governo.

    Un elemento questo che non trova riscontro nello stesso contratto in cui viene espressamente detto che l’accordo sindacale è condizione imprescindibile per il perfezionarsi dell’accordo. Anche il ministro dello Sviluppo economico Calenda ha chiarito il punto con un tweet. A precisa domanda ha risposto così.

     

     

    Esuberi. Chi rischia?

    I numeri sono noti. In base al contratto di affitto, Am InvestCo si impegna ad assumere 10 mila lavoratori sino al 2023, poi il numero degli occupati dovrebbe scendere a 8.500. Queste cifre riguardano l’intero gruppo, quindi includono lo stabilimento di Genova. A Taranto invece sono attualmente alle dipendenze di Ilva 10.800 lavoratori diretti. Nel 2023 il loro numero dovrebbe scendere a 7.600 circa.

    Ma la domanda che in molti si pongono è: come verranno individuati i lavoratori che dovrebbero uscire? Secondo quanto appreso da fonti sindacali, a rischiare sono i lavoratori che non fanno parte del cosiddetto core business.

    Per capire meglio il concetto, è necessario fare un passo indietro. Quando ci fu la cessione degli impianti ai Riva, questi ultimi decisero di assumere tutta una serie di lavoratori prima alle dipendenze di aziende esterne. Mittal vorrebbe invece tornare ad esternalizzare molte attività oggi svolte dai dipendenti diretti in ossequio ad un modello produttivo – riferiscono ancora fonti sindacali – già adottato in molte altre realtà produttive.

    Ecco perché, a fronte di un aumento dei volumi produttivi (Am InvestCo stima di arrivare a produrre nell’area a caldo sino a 8 milioni di tonnellate di acciaio a fronte delle attuali 6, cui si devono aggiungere 2 milioni di tonnellate che arriverebbero da altri stabilimenti per essere lavorate nell’area a freddo di Taranto), il gruppo franco-indiano prevede comunque una riduzione della forza lavoro.

     

    Gli stabilimenti da cedere in Europa ed in Italia

    Se in Italia vi è apprensione tra i 4.000 lavoratori che rischiano immediatamente il posto di lavoro, in Europa sono in 12.000 a vivere con il fiato sospeso da qualche settimana. Come sapete, infatti, il via libera dell’Antitrust europeo alla cessione del complesso aziendale è subordinato ad una serie di dismissioni. Dall’impianto Arcelor-Mittal di Piombino, l'unico impianto di acciaio galvanizzato della società in Italia, a quello di Galati in Romania, passando per Skopje (Macedonia), Ostrava (Repubblica Ceca); Dudelange (Lussemburgo) e Liegi (Belgio).

    Alcuni di questi stabilimenti verranno ceduti ad altri gruppi, mentre i restanti (si parla di 4 impianti) potrebbero finire in un trust. Ma anche su questo fronte le incertezze restano. Se Mittal non acquisisce l’Ilva non ha più motivo di cederli. Inoltre incombono altre incognite. Le spiega il presidente di Federacciai, Gozzi, in un’intervista al Secolo XIX°: “Ci sono tre cluster di vendita: Galati e Magona, Ostrava e centri di servizio europei, Dudelange e le linee di Liegi. La commissione Ue impone di legare upstream (lavorazioni a caldo) e downstream(verticalizzazioni), i cluster vanno venduti in blocco. Mi chiedo:perché Galati e la Magona vanno ceduti insieme?, se voglio comprare la Magona perché devo prendermi anche Galati?”

    Insomma, la partita e complessa e la mancanza di un esecutivo, in Italia, non facilita le cose. Anche perché le due forze che si apprestano a stipulare il contratto di governo hanno idee diametralmente opposte su grandi opere, fonti inquinanti ed ipotesi di riconversione.

     

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