Mercoledì, 22 Gennaio 2020

    Pranzo di Natale: ecco quali erano le portate originarie In evidenza

    Oltre al cenone della vigilia, un altro momento importante delle festività natalizie è rappresentato dal pranzo di Natale. I cibi di mare continuano ad essere ancora oggi predominanti sulle tavole dei tarantini. Ma quali erano le portate originarie di un tempo?


    I piatti del pranzo di Natale

    Il pranzo di Natale era definito “strafueche” in dialetto e, secondo quanto riteneva l’etnologo Alfredo Majorano, doveva avere nove portate: vermicelli con aglio, olio e prezzemolo, zuppa di pesce con anguille, scorfano e frutti di mare, capitone al forno o arrostito, cavolfiori lessi, mugnoli con olio e limone e sedano, castagne del prete, tutti i frutti di mare, le pettole, i sannacchiuddere e le carteddate come dolci.

     

    I dolci locali

    Sono tre i dolci tipici natalizi. Si tratta delle pettole, dei sannacchiudere e delle carteddate. Le prime hanno alle spalle delle leggende, i sannachiuddere delle interpretazioni. Infatti sono due parole messe insieme, che letteralmente significano dolci che sanano i pescatori. L’interpretazione più suggestiva è quella di Giacinto Peluso, una delle persone più importanti per quanto concerne la storia locale.

    Il nome carteddate, cartellata in italiano, farebbe riferimento invece alle fasce del Gesù bambino oppure al giaciglio in cui fu messo proprio Gesù da piccolo. Poi c’è anche il panettone, che ha una storia particolare. Era infatti definito il pane di Toni, il quale era un siciliano che lavorava come sguattero alla corte di Ludovico il Moro. Si pensa infatti che il cuoco sbagliò l’infarinatura per i dolci e lui corresse il suo errore, lo impastò, lo mise nel forno e diede vita ad una specie di pane che poi è diventato pane di Toni e quindi panettone.

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