Venerdì, 24 Novembre 2017

    Tutti contro l'Aia Ilva. E rispunta la valutazione del danno sanitario

    By Marco RUFFO Novembre 07, 2017 436
    Foto di repertorio Foto di repertorio Foto Studio Renato Ingenito

    “Il piano ambientale, così com’è è, irricevibile; nessuno pensi che accorciando semplicemente i tempi per l’attuazione delle prescrizioni si possano risolvere le annose questioni ambientali e sanitarie.

    Il ministro Calenda non si scandalizzi se la Regione Puglia e il Comune di Taranto hanno dichiarato l’intenzione di procedere con un ricorso al TAR, in quanto la scarsa trasparenza da parte del Governo nel coinvolgimento dei territori interessati ha di fatto impedito un confronto sulle criticità riscontrate nel piano ambientale”.

    La Fiom Cgil di Taranto pare essere sul piede di guerra. Già da queste poche righe si intuisce la posizione di cui intende farsi portatrice quando siederà sui tavoli romani. Una posizione che, in questo momento, rafforza di rimando quella del primo cittadino di Taranto che ha minacciato di impugnare l’Autorizzazione integrata ambientale concessa all’Ilva.

    Non è questo tuttavia l’elemento di maggiore interesse presente nel documento inviato alla stampa dal sindacato dei metalmeccanici.

     

    La valutazione del danno sanitario

    Si legge infatti più avanti: “La Fiom ribadisce la necessità di subordinare e vincolare i piani industriale e ambientale di Am InvestCo alle risultanze della valutazione del danno sanitario effettuata in conformità alla legge regionale n. 21 del 24 luglio 2012”.

    “L'importanza della valutazione dell'impatto sanitario – si legge ancora nel comunicato – è stata ribadita attraverso il decreto interministeriale, decretato dal ministero della salute di concerto con il ministero dell'ambiente e della tutela del territorio, del 24/04/2013 che stabilisce i criteri metodologici utili per la redazione della stessa”.

    Ma come è noto la Valutazione del danno sanitario si scontra le esigenze della produzione ed in particolare con le tonnellate di acciaio annue che il siderurgico dovrebbe produrre per limitare i danni alla salute dei tarantini.

    Chi volesse andare a rileggersi quel rapporto lo trova sul sito dell’Ispra (qui). 

    Tuttavia le conclusioni di quel lavoro, condotto sotto la guida dell’ex numero uno di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, sono note. La simulazione effettuata nel 2013 prendeva in considerazione lo scenario che si sarebbe verificato nel 2016 ad Aia parzialmente attuata e con una produzione di 8 milioni di tonnellate di acciaio. Ecco cosa si diceva nel documento.

    La simulazione aveva un esito inaccettabile con le esigenze di tutela della salute pubblica. Ragion per cui, come ebbe modo di affermare lo stesso Assennato a Taranto nel corso di un convegno tenutosi presso la biblioteca comunale il 23 ottobre 2014, il limite produttivo cui Ilva dovrebbe attenersi è quello di 6 milioni di tonnellate annue.

    Il piano produttivo di Am InvestCo

    Rispettare la Valutazione del danno sanitario – come chiede la Fiom – significa quindi fermarsi alla soglia produttiva poc'anzi evidenziata. Tuttavia – secondo Legambiente - Am InvestCo vorrebbe attestarsi su quei livelli solo temporaneamente per poi arrivare a 8 milioni di tonnellate.

    Ecco cosa scriveva il 5 ottobre scorso: “La natura di "misura transitoria" di tale limite – specifica l’associazione ambientalista - lascia però aperta la porta a un successivo aumento di produzione e alle sue negative ricadute sia sui lavoratori che sui cittadini. Alla stessa logica appartiene la decisione di consentire ad AM InvestCo il riavvio di una coppia di batterie della Cokeria (3 e 4 o 5 e 6) e l'eventuale mantenimento in esercizio della seconda linea di sinterizzazione. Evidentemente si vogliono lasciare le mani libere ai futuri proprietari dello stabilimento, sia rispetto alla ormai prossima apertura della trattativa sindacale, sia rispetto alle decisioni da assumere circa il dimensionamento dello stabilimento tarantino nei prossimi anni”.

    “Si tratta quindi – concludeva Legambiente - di una misura  temporanea di salvaguardia della salute (peraltro, allo stato, scarsamente onerosa per Mittal considerato che lo stabilimento Ilva di Taranto non è in grado di traguardare maggiori produzioni rivenienti dal ciclo integrale se non con la riapertura dell'altoforno AFO 5) che potrà essere confermata solo in presenza di un riesame dell'A.I.A, conseguente a una richiesta della Regione Puglia che prenda le mosse da una nuova Valutazione del danno sanitario, o in base alla autonoma decisione degli indiani della Mittal di mantenere comunque ferma a 6 milioni tonnellate/anno la capacità produttiva dello stabilimento tarantino”.

     

    Ambiente e lavoro

    Una produzione che si allinei con le indicazioni della Valutazione del danno sanitario comporterebbe una riduzione della forza lavoro alle dipendenze della nuova compagnia. Sinora nessuno ha chiesto a quanto ammonterebbero gli esuberi se si rispettasse il limite di 6 milioni di tonnellate annue. Rimettere in discussione l’Aia e quindi adeguare i limiti produttivi di Ilva a tale soglia, comporta però anche questo. E non può essere la paura della risposta ad evitare che si ponga la domanda.

     

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