Martedì, 25 Giugno 2019

    Diossina nel latte materno, Peacelink ora chiede una biobanca In evidenza

    Foto di repertorio Foto di repertorio Foto Studio Renato Ingenito

    Le conclusioni dello studio dell’Istituto Superiore di Sanità sui livelli di diossina nel latte materno allarmano la comunità tarantina. Al punto che l’associazione Peacelink chiede “venga creata una biobanca (sangue, urine, cordone ombelicale, latte materno, liquido amniotico, capelli, tessuti) che mantenga la traccia di tutto quello che sta avvenendo, a partire dalle donne”.

    “Una biobanca – specifica Alessandro Marescotti - che riguardi anche i lavoratori Ilva, a loro tutela. Non vogliamo essere trattati come cavie da laboratorio. E tuttavia va fatta questa biobanca affinché non si perdano le prove di quanto sta avvenendo in questo drammatico e prolungato esperimento sulla salute di un'intera comunità”.

    I risultati dello studio durato tre anni, ed eseguito in collaborazione con la Asl di Taranto, sono state diffusi appena due giorni fa. La sintesi effettuata dall’Isituto Superiore di Sanità è preoccupante: “nelle donatrici residenti a Taranto e Statte le concentrazioni degli inquinanti sono risultate più elevate, in modo statisticamente significativo, di quelle rilevate nelle donne residenti in Provincia con un aumento compreso tra il 18 e il 38% a seconda delle sostanze considerate (diossine, PCB diossina-simili e PCB non diossina-simili) e pari al 28% per l’insieme delle sostanze ad azione diossina-simile”.

    Per realizzare lo studio sono stati raccolti e analizzati complessivamente 150 campioni di latte, 76 appartenenti al gruppo delle donne residenti a Taranto e Statte, e 74 appartenenti al gruppo delle donne residenti in Provincia, in un’area di controllo localizzata a più di 30 km da Taranto. Le donne arruolate avevano caratteristiche simili: età compresa tra i 25 e i 40 anni e residenti in zona da almeno dieci anni.

    Va anche ricordato, come ha fatto Elena De Felip del Dipartimento Ambiente e Salute dell’Istituto Superiore di Sanità – che “il confronto con i risultati di altri studi di biomonitoraggio effettuati negli anni precedenti a Taranto e provincia suggerisce, inoltre, che nel tempo ci sia stata una riduzione dell’esposizione a queste sostanze”.

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