Giovedì, 26 Aprile 2018

    La candidata Francavilla: “ecco la nostra Taranto del futuro” In evidenza

    Foto studio Renato Ingenito Foto studio Renato Ingenito

    Si è presentata al pubblico piena di determinazione, questa mattina, la candidata al collegio uninominale del Senato Maria Francavilla. Assieme alla “collega” Stefania Fornaro, è il volto gentile con cui Forza Italia ha deciso di presentarsi agli elettori in vista dell’imminente tornata elettorale.

    Al termine dell’inaugurazione del comitato elettorale di via Pitagora, è stata ben lieta di raccontare a Cronache Tarantina la sua vision di Taranto per il futuro

    Cosa l’ha spinta a dire: “Ok, mi lancio anima e corpo in questa avventura con Forza Italia”?

    Il programma politico, senza ombra di dubbio. Ne condivido appieno i presupposti e gli obbiettivi, così come sono d’accordo sulla proposta di futuro per Taranto

    Di quale futuro parla?

    Parlo di un futuro possibile, realizzabile concretamente, in cui la grande industria riesca a convivere pacificamente con la città ed i suoi cittadini.

    Parlo di una Taranto capace di svincolarsi dalla monocultura dell’acciaio, in grado di sviluppare nuovi tipi di indotti industriali scarsamente impattanti per l’ambiente, ma ad alto valore reddituale.

    A cosa si riferisce nello specifico?

    Penso in particolar modo alla gestione attuale del Mar Piccolo di Taranto. Oltre ai problemi ambientali del primo seno, cui bisogna necessariamente accelerare e mettere la parola fine, stiamo vivendo una fase di decadimento dell’intero bacino marittimo, con la Marina Militare che oramai si è trasferita nella nuova sede di Mar Grande, ed un Arsenale Militare che appare solo un vecchio ricordo di quello che fu. Ma non solo, penso ad ettari ed ettari di stabilimenti in stato d’abbandono. Vogliamo rivalorizzare l’intera area, e sappiamo come farlo.

    Come?

    Guardi ad esempio la zona di Buffoluto. Circa 27 ettari di quelli che erano gli stabilimenti Tosi, oggi del tutto abbandonati a se stessi. Chi li ha rilevati, un privato, non è riuscito a far rinascere quella zona della città.

    O guardi l’auspicato “rinnovamento” dell’Arsenale Militare, ancora lontano dal dirsi completato.

    Abbiamo ambizioni per questa città: vogliamo riportare Fincantieri sui due mari. Le strutture ci sono, le competenze anche. Pensi agli operai dell’Arsenale, agli artigiani. Taranto è stata l’unica realtà in Italia dove la cantieristica navale ha subito un brusco arresto.

    In Liguria i fondi sono arrivati, così come in Campania. E non parlò solo di cantieristica militare, parlo anche di quella privata.

    Ultimamente Fincantieri ha avviato delle attività in Romania, ed invece noi battiamo i pugni sul tavolo: vogliamo che si operi in Italia, a vantaggio degli italiani. Sappiamo come farlo, possiamo intavolare una trattativa importante per Taranto quando saremo in Parlamento.

     

    L’Arsenale Militare potrebbe quindi vivere una nuova fase di sviluppo?

    Certamente. Oggi so che è difficile pensarlo, dopo anni di commesse arrivate col contagocce. Bisogna riportare questa vocazione dei tarantini al centro della scena politico-industriale, evitando che si ripeta quanto avvenuto negli ultimi anni, ovvero che i fondi siano destinati solo al centro nord.

     

    Un ultima domanda. Durante l’inaugurazione parlava di Taranto come un possibile punto centrale nel traffico del Mediterraneo. Cosa intendeva esattamente?

    Nonostante la globalizzazione abbia stravolto alcune realtà costiere, il Mar Mediterraneo resta tutt’oggi un mare importantissimo. Migliaia di navi transitano giornalmente su di esso.

    Un valore aggiunto è dato in questo contesto dalle navi private, che viaggiano il mondo a seconda della stagione. Queste navi, durante le fasi di rimessaggio invernale, utilizzano prevalentemente porti spagnoli e francesi. Ecco, noi vogliamo rendere Taranto un punto d’interesse per gli operatori di questo settore. Vogliamo spingere Taranto nella direzione della nautica privata. I bacini ci sono, così come la voglia di rimboccarsi le maniche e lavorare.

     

     

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