Ex Ilva, notte trascorsa in presidio per i lavoratori: bloccata anche l’Area imprese dello stabilimento
È proseguito per tutta la notte il presidio sulla statale 100 dei lavoratori Ilva in sciopero ad oltranza dal mezzogiorno di martedì 2 dicembre.
Una notte trascorsa al freddo e riscaldata soltanto dai falò improvvisati. Alle prime ore dell’alba di oggi, mercoledì 3 dicembre, i lavoratori hanno bloccato l’Area imprese dello stabilimento siderurgico. La stessa dalla quale partì la prima imponente manifestazione che si concretizzò con il blocco contemporaneo delle statali Appia e 106.
Ma c’è da attendersi un ulteriore incremento delle azioni di lotta perché, come continuano a ribadire Fim, Fiom, Uilm e Usb, soltanto la convocazione delle organizzazioni sindacali a Palazzo Chigi per un incontro unitario che riguardi tutti gli stabilimenti del gruppo, e non come avvenuto nell’ultimo vertice quando prima sono stati ricevuti sindacati ed enti locali del Nord e successivamente il focus si è spostato sulla realtà tarantina (in quell’occasione per protesta non parteciparono Fiom e Uilm), nonché il ritiro del cosiddetto “Piano corto” presentato dal ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso. Una richiesta, quella che sindacati e lavoratori avanzano alla quale si aggiunge l’esigenza che ad occuparsi dello spinoso dossier sia la presidente del Consiglio in persona, Giorgia Meloni.
Intanto è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto-Legge 1° dicembre 2025, n. 180, che introduce misure urgenti con l’obiettivo di garantire continuità operativa degli stabilimenti ex Ilva.
Il provvedimento riguarda aspetti finanziari quali il sostegno al reddito dei lavoratori attraverso la cassa integrazione straordinaria integrata, con il governo che si accolla direttamente il 75% dell’integrazione salariale, e l’estensione di benefici economici come gli indennizzi per imprese energivore e per le aziende strategiche ammesse a procedure concorsuali.
Quello dell’Ilva è un epilogo definito «gravissimo» dal circolo Pd di Grottaglie perché frutto «di un’impostazione priva di visione strategica, destinata a compromettere definitivamente un sito di interesse nazionale e a indebolire l’intero sistema siderurgico italiano». Le conseguenze, avvertono, sarebbero immediate: «migliaia di lavoratori fuori dai cancelli e la cassa integrazione come unico orizzonte».
Il Pd punta il dito contro la gestione della crisi, segnata da debiti imponenti, da un crollo produttivo senza precedenti e da gravi ricadute sanitarie e ambientali. «La responsabilità ricade integralmente sul ministro Urso e su un Governo che, fino a questo momento, non ha messo in campo misure adeguate a garantire reddito, salute e un percorso di riconversione produttiva serio, immediatamente finanziato e orientato al futuro del territorio».
Durissimo anche il giudizio sulla scelta di convocare separatamente ai tavoli di trattativa gli stabilimenti del Nord e del Mezzogiorno: « un tentativo inaccettabile di dividere lavoratori e comunità».
Le ipotesi che filtrano dagli organi di stampa – piani “lacrime e sangue” basati sulla costruzione di due nuovi forni elettrici, una cassa integrazione generalizzata e una riduzione della produzione a 4-6 milioni di tonnellate annue – vengono bollate come «uno scenario non all’altezza delle esigenze del Paese».
Il Pd di Grottaglie ribadisce infine che la decarbonizzazione, se inserita in un autentico progetto industriale, «può rappresentare una straordinaria opportunità di rilancio e non una resa programmata».


















