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Questa mattina, al Gran Bar La Fenice, il comitato per l’autonomia delle Treterre – Talsano, Lama e San Vito – ha rimesso in moto un’idea che da oltre cinquant’anni attraversa la storia di questo pezzo di Taranto: diventare un Comune autonomo.

Non un capriccio, non una fuga, ma – come hanno ripetuto più volte i promotori – «una necessità», figlia di un territorio che si sente grande, coeso, identitario, ma soprattutto trascurato.
La sala era gremita, e l’atmosfera più simile a un’assemblea civica che a una semplice conferenza stampa. Daniele Donvito, Salvatore Di Maggio e Angelo Lena hanno parlato a turno, intrecciando ricordi, rivendicazioni e progetti. Accanto a loro, quasi come un ponte con la memoria storica del movimento, c’era Costantino Liaci, che da decenni porta avanti la battaglia autonomista.
La brochure distribuita ai presenti non lasciava spazio a dubbi: le Treterre sono un territorio vasto, quasi 60 chilometri quadrati, «poco meno di un quarto dell’intero Comune di Taranto», abitato da quasi 50mila persone, «poco più di un quarto della popolazione cittadina». Un’area continua, urbanisticamente unita, che va da San Donato a Talsano, da Tramontone a Lama fino a San Vito, e che secondo il comitato ha ormai tutte le caratteristiche di una città vera e propria.
«L’autonomia è la chiave per recuperare dignità, programmare lo sviluppo e gestire finalmente il territorio», si legge nel documento. E Di Maggio ha tradotto quel concetto in parole semplici: «Le urgenze sono sempre le stesse: fogne, acqua, strade, illuminazione. Le strade sembrano piste da motocross, la sicurezza è scarsa, le pattuglie passano poco. Abbiamo provato a interfacciarci con il Comune, ma evidentemente ha altre priorità. Allora diciamo: ci pensiamo noi».
Il tema della sicurezza è tornato più volte, insieme a quello dei servizi primari. «Non è possibile – ha insistito Di Maggio – che nel 2026 si parli ancora di rete fognaria e approvvigionamento idrico. Eppure è così». Da qui la convinzione che l’autonomia non sia un vezzo identitario, ma «una conditio sine qua non per risolvere problemi che il Comune non affronta».
Donvito ha riportato la memoria ai primi anni Duemila, quando furono raccolte 30mila firme e la Regione diede il suo via libera: «Fu l’amministrazione comunale dell’epoca a fermare tutto. Questa volta puntiamo a un numero molto più alto. Il Comune dovrà ascoltarci». Il percorso sarà lungo, ha ammesso, ma il primo passo è chiaro: «Raccogliere le firme per arrivare al referendum e far esprimere la popolazione. Talsano, Lama e San Vito sono già una città unica: vogliamo che lo diventino anche amministrativamente».
Poi è toccato ad Angelo Lena, che ha parlato con la passione di chi vive il territorio ogni giorno: «Amo San Vito e mi faccio in quattro per la mia comunità. Siamo abbandonati: un tempo avevamo la circoscrizione, la polizia locale. Oggi niente. Eppure San Vito è presa d’assalto dal turismo». Lena ha denunciato un dato che ha fatto mormorare la sala: «Il Comune investe appena il 5% di ciò che incassa da noi. Ci arrivano le briciole». Per questo, ha aggiunto, «vogliamo che il quartiere torni a essere un fiore all’occhiello di Taranto».
Il discorso più ampio e affilato è stato quello di Costantino Liaci, che ha ricordato come l’ultimo tentativo risalga al 2011, quando «10mila persone firmarono per il referendum, poi rigettato dal Consiglio comunale». Ma soprattutto ha voluto sgombrare il campo da un equivoco: «Non è una protesta. È un sentimento identitario che ritorna perché questo territorio è stato trascurato». E ha evocato la storia antica delle Treterre, risalente all’abitato di Satyrion nel IX secolo a.C., per dimostrare che «questo territorio esisteva molto prima della Taranto moderna».
Liaci ha poi affondato il colpo sui numeri: «Dai nostri territori arriva nelle casse del Comune il 25-30% della spesa corrente tra tributi e tasse. La ricaduta? Appena il 2%. È evidente che qualcosa non funziona». E ha concluso con una promessa: «Torniamo a chiedere alla cittadinanza cosa ne pensa. Porteremo nuovamente le firme al Consiglio regionale. Questa volta si fa davvero sul serio».
La brochure chiude con un messaggio che sintetizza la filosofia del comitato: l’autonomia non indebolirebbe Taranto, ma rafforzerebbe entrambi i territori. «È una scelta felice anche per Taranto», si legge, perché la città potrebbe concentrare meglio risorse e attenzione sugli altri quartieri, mentre la nuova città delle Treterre sarebbe finalmente orientata alla valorizzazione del proprio territorio.
La raccolta firme partirà nelle prossime settimane. E se c’è una cosa che la conferenza di questa mattina ha chiarito, è che il sentimento autonomista non è un ricordo del passato: è tornato, è organizzato, ed è più determinato che mai.

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