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Ex Ilva, l’indotto: “Ragazzi, non c’è una lira”. Da lunedì niente più presìdi ma non si torna al lavoro

Ragazzi, non c’è una lira. Il punto di non ritorno sembra ormai vicinissimo. Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur (Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata).

 Sagunto, ovvero Taranto, ormai è in ginocchio. Le aziende dell’indotto lunedì 12 febbraio arrotoleranno gli striscioni e rimuoveranno i presìdi davanti alle portinerie ex Ilva ma non perché torneranno a prestare le proprie attività all’interno dello stabilimento siderurgico ma perché “mancano i fondi per pagare i collaboratori”, dice Fabio Greco, presidente di Aigi, l’associazione che rappresenta l’80% delle aziende dell’indotto. 
Sagunto brucia e i soci di Acciaierie d’Italia, Invitalia (socio pubblico) e Arelor Mittal (socio privato di maggioranza), sembrano non accorgersene e continuano a far suonare le proprie orchestrine e l’iceberg è lì, davanti a loro, maestoso e crudele pronto a speronarli.
“Le aziende – rimarca, qualora ce ne fosse ancora bisogno, Fabio Greco – sono in difficoltà economica e finanziaria tanto da non poter garantire le proprie prestazioni dopo essere state costrette, stante la situazione, ad adottare la cassa integrazione per 2.600 lavoratori”. E se si tiene conto che le imprese dell’indotto Aigi contano su una forza lavoro di 4.000 unità complessive, la drammaticità del quadro è lampante. Del resto, nell’assemblea di giovedì scorso, 8 febbraio, il presidente Greco è stato chiaro: c’è l’impossibilità di riuscire a rispettare le scadenze previste a fine mese legate al pagamento di oneri fiscali e previdenziali. Più chiari di così!
Allora, che fare? “Ancora una volta – dice Fabio Greco – richiamiamo alla responsabilità  il socio pubblico, il Governo per il tramite di Invitalia, e quello privato, la multinazionale Arcelor Mittal, a trovare un accordo che superi il rischio, sempre più vicino, del commissariamento e agevoli le modalità di recupero dei crediti vantati dai fornitori. L’unica strada per ritornare al lavoro ed evitare il collasso, sempre più vicino, dello stabilimento”.
Collasso la cui dead line  la stessa ad di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli, davanti al tribunale di Milano in sede di composizione negoziata della vertenza, ha previsto entro la metà del mese di febbraio.
Colpa di chi se il baratro si avvicina sempre di più? “Certamente non di Aigi, come qualcuno afferma – si affretta a mettere subito le cose in chiaro Fabio Greco -. Non siamo noi i responsabili del fallimento della grande fabbrica che è frutto, invece, di un sistema che non riesce a garantire ciò che è previsto dalla Costituzione italiana nei suoi due principali articoli. Fra una settimana lo stabilimento si spegnerà in maniera irreversibile”. E se default ci sarà, questo, ribadisce il presidente Aigi, è da ascrivere solo ed esclusivamente “al mancato accordo tra i due soci che continuano in un braccio di ferro che determinerà la morte dell’economia di terra ionica. E dello stabilimento di Taranto, quello strategico, quello da ambientalizzare. Ribadiamo e precisiamo, a gran voce, al contrario di quanto i soci dichiarano, che in entrambi i casi, amministrazione straordinaria o accordo bonario, non ci sarà neanche la continuità produttiva annunciata. Non ci sarà – affonda il colpo Greco - rilancio produttivo ed occupazionale se non sarà garantito il pagamento dei crediti dell’indotto. Circostanza indispensabile per poter ripartire già da domani mattina”.
Del resto, Aigi stessa ha fornito, attraverso diverse interlocuzioni, tutti gli strumenti per poter superare la crisi. “Ma, forse, - conclude Fabio Greco - non sono vere le intenzioni propagandate a più riprese. Ora il tempo degli annunci è superato. Servono i fatti”. Prima che Sagunto bruci del tutto.

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