Ex Ilva, rabbia e disperazione al presidio: sciopero a oltranza aspettando Palazzo Chigi (VIDEO)
La rabbia si mescola alla disperazione e la sensazione che i due stati d’animo suscitano è palpabile al presidio dei lavoratori Ilva. Da ieri, martedì 2 dicembre, sono in sciopero. Ad oltranza, dicono, fino a quando da Palazzo Chigi non arriverà la tanto invocata convocazione.
La notte trascorsa in strada ormai è il ricordo del freddo che ha ghiacciato le ossa e la visita del sindaco Piero Bitetti, impegnato in queste ore in febbrili contatti con Roma.
Rabbia e disperazione che sono facili cogliere nel detto e nel non detto, negli occhi che all’improvviso si inumidiscono di lacrime perché il Natale ormai si staglia all’orizzonte ma loro sanno che saranno costretti a trascorrerlo nell’incertezza del domani. Come del resto avvenuto a Natale dell’anno scorso e a quello dell’anno prima e a quello dell’anno prima ancora.
L’unica arma, che rischia di rimanere spuntata se alla vertenza non si imprimono una forte accelerata e una radicale inversione di tendenza, è quella della protesta, dei blocchi stradali. Unico modo per smuovere le coscienze di una città che sembra ormai essersi rassegnata al suo destino, che non si fida più, e questo è l’aspetto più grave, di nulla e di nessuno. Per cui qualsiasi novità, foss’anche positiva, viene guardata con sospetto.
Dai sindacati la richiesta è pressante ed è sempre la stessa: il governo convochi il tavolo a Palazzo Chigi «e ritiri questo piano che è stato battezzato da Fim, Fiom, Uilm come un piano di chiusura dell'ex Ilva», torna a ripetere Michele De Palma, segretario generale Fiom-Cgil, dai lavori dell’assemblea regionale con i delegati sul contratto nazionale dei metalmeccanici in corso a Pescara, che aggiunge: «è necessaria la costituzione di una società partecipata pubblica che garantisca la decarbonizzazione e la continuità produttiva di tutti gli impianti italiani. Noi non ci fermeremo più fino a quando il Governo non tornerà sui suoi passi e ci convocherà in un tavolo negoziale vero».
E il fatto che il ministro Urso stia continuando a convocare dei tavoli, come quello di venerdì con le Regioni e gli enti locali, non può essere accettato perché, conclude De Palma, come organizzazioni sindacali «vogliamo il tavolo a Palazzo Chigi con la presenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, per salvaguardare l’occupazione e il futuro della siderurgia italiana».
A lanciare l’allarme sono anche i segretari di Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl, Uiltrasporti e Uiltucs, che in una nota congiunta parlano di una situazione ormai fuori controllo. «La vertenza ex Ilva non è una semplice vertenza di lavoro. È il tracollo di un fallimento soprattutto dello Stato, che non solo rinnega l’identità manifatturiera e industriale dell’Italia, ma lascia i suoi cittadini soli, senza risposte e in balia della peggiore catastrofe sociale, produttiva, occupazionale ed epidemiologica», scrivono i sindacati.
Al centro della denuncia ci sono le circa tremila famiglie che vivono grazie agli appalti multiservizi dell’acciaieria, considerate «il fronte più esposto e vulnerabile di questa tragedia, quelli che cadranno per primi, insieme alle loro aziende, quelli per cui non esistono ammortizzatori sociali degni di questo nome».
La mobilitazione, sottolineano i rappresentanti delle quattro sigle, non riguarda solo un comparto specifico: «questa non è una vertenza settoriale ma un conflitto ad armi impari in cui è tutta la città a rischiare la non sopravvivenza. Siamo tutti uniti sotto la stessa, insopportabile minaccia».
Anche la segretaria generale della Cgil Puglia, Gigia Bucci, e il segretario generale della Camera del Lavoro di Taranto, Giovanni D’Arcangelo, sottolineano come la protesta non riguardi solo i lavoratori diretti dello stabilimento ma l’intero tessuto sociale ed economico di un territorio che rischia di essere travolto. «I lavoratori chiedono un’assunzione di responsabilità della politica rispetto al futuro di migliaia di occupati, di un intero territorio e di un asset fondamentale qual è quello dell’acciaio per tutto il sistema produttivo italiano», spiegano.
Il tono della dichiarazione è duro: «l Governo deve togliersi il vestito del cinismo e dare una risposta concreta alle istanze dei lavoratori. Parliamo di migliaia di famiglie tra i diretti e l’indotto, e le aziende dell’indotto hanno già iniziato a licenziare. Cos’altro deve succedere per far comprendere che se salta la manifattura industriale salta il lavoro e ogni genere di prospettiva? È una catastrofe sociale».
Ex Ilva, sindacati uniti contro il “piano a ciclo corto”:
«È un piano a vita corta, servono risposte immediate»
La vertenza ex Ilva continua ad alimentare tensioni sociali e mobilitazioni. I sindacati, compatti, contestano duramente il cosiddetto “piano a ciclo corto” annunciato dal Governo, giudicato insufficiente e pericoloso per il futuro occupazionale e industriale del Paese.
«Il piano a ciclo corto assomiglia più a un piano a vita corta e non può essere preso in considerazione», ha dichiarato Ferdinando Uliano, segretario generale Fim-Cisl, chiedendo al Governo di «ritirare e sospendere immediatamente il progetto» e di «riaprire un confronto presso la Presidenza del Consiglio». Uliano ha avvertito che «la situazione tra i lavoratori sta diventando sempre più incandescente» e che «se non si interviene subito il nostro Paese rischia di perdere sovranità industriale in un settore strategico come quello siderurgico».
Sulla stessa linea Daniele Francescangeli, segretario generale Ugl metalmeccanici, che ha parlato di «forte preoccupazione per il siderurgico tarantino» e ha chiesto «risposte immediate e soluzioni concrete». «Il Governo a oggi non sembra disporre di una proposta industriale credibile e strutturata», ha sottolineato, aggiungendo che «se non esistono offerte solide, allora è lo Stato che deve farsi garante del rilancio del polo siderurgico».
La tensione è sfociata anche nella protesta diretta: Alessandro Dipino, segretario provinciale Ugl metalmeccanici, ha annunciato «lo sciopero ad oltranza» fino a quando non saranno date certezze sul futuro occupazionale. «I lavoratori hanno diritto a risposte», ha detto, accusando le istituzioni di «continui rinvii» e chiedendo «soluzioni responsabili e trasparenti».
Durissimo anche il giudizio di Gianfranco Buttari, segretario generale Confsal: «Siamo turbati dal silenzio dell’Esecutivo. Il Governo ha un grande debito verso la città di Taranto e i suoi cittadini, che hanno pagato un prezzo altissimo in termini ambientali e di salute».
Daniele Potì, segretario provinciale Fismic, ha posto l’accento sulla salvaguardia occupazionale: «Auspichiamo il ritiro di ulteriori piani di cassa integrazione che coinvolgerebbero migliaia di lavoratori, fino a 6.000 in totale». Potì ha chiesto «piani concreti di formazione» e ha avvertito che «il piano corto rischia di prefigurare una dismissione delle attività produttive piuttosto che un rilancio industriale».
Anche lo Slai Cobas ha ribadito la propria contrarietà, parlando di «un attacco diretto ai lavoratori e ai territori» e annunciando la prosecuzione della mobilitazione «finché non sarà garantita la salvaguardia dell’occupazione e della salute».
I sindacati chiedono ora un confronto diretto con la premier Giorgia Meloni e con tutti gli attori istituzionali coinvolti, per arrivare «in tempi stretti a una soluzione definitiva» che assicuri «rilancio industriale, continuità produttiva e prospettive concrete per migliaia di famiglie».


















