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Undici morti non sono un destino, ma il prezzo di un silenzio che dura da anni. Paolo Castronovi, segretario provinciale di Avanti‑Psi, lo dice senza giri di parole dopo l’ennesima vittima all’interno dello stabilimento ex Ilva: «Quattordici anni di gestione statale non hanno prodotto sicurezza.

Né il privato né lo Stato hanno mantenuto le loro promesse. È ora che le parole cedano il posto alle responsabilità». Per Castronovi, definire “tragedia” ciò che accade in fabbrica è ormai un alibi linguistico: «Undici morti dall’inizio della gestione commissariale non sono un evento imprevisto e ineluttabile. Sono il risultato di scelte precise, di omissioni sistematiche, di una catena di responsabilità che nessuno vuole assumersi».

Il segretario ribadisce una posizione che considera non negoziabile: «Non siamo disposti a scegliere tra il lavoro e la vita. Se si vuole produrre, lo si faccia garantendo la sicurezza di tutti. Se si decide di chiudere, lo si faccia tutelando dignità e reddito dei lavoratori. Tertium non datur». Ma ciò che più lo preoccupa è l’assenza di controlli efficaci: «Quando a distanza di un mese un operaio muore con la stessa dinamica del precedente, significa che nessun meccanismo di prevenzione si è attivato. Il servizio di prevenzione della Asl risulta evidentemente inadeguato».

Castronovi parla di un fallimento lungo quattordici anni, fatto di commissari, proroghe, decreti e piani industriali rimasti sulla carta: «La sicurezza di questa città è stata affidata allo Stato, e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Non possiamo più tollerare che le dichiarazioni di cordoglio sostituiscano le azioni concrete. Chi ha il potere di intervenire deve farlo adesso, non domani». E conclude con un monito: «Una fabbrica che chiude è un fallimento collettivo. Ma una fabbrica che uccide sistematicamente è la prova che qualcuno ha già deciso quanto vale una vita operaia. Noi quella valutazione non la accettiamo».

La Filcams: «In quella fabbrica non c’era un solo lavoratore a rischio. Ce n’erano 56»

Alla denuncia politica si affianca quella sindacale. Daniele Simon, segretario generale della Filcams Cgil di Taranto, ricorda che il reparto in cui è morto Loris non era un luogo isolato, ma un punto in cui ogni giorno decine di lavoratori dell’appalto operavano in condizioni estreme: «In quella fabbrica non c’era un solo lavoratore a rischio. Ce n’erano 56, chiamati quotidianamente a salire a 15 metri d’altezza per pulire un nastro agglomerato con un aspiratore. Oggi è caduto Loris, ma poteva essere uno qualsiasi di loro». Per Simon, non si tratta di fatalità: «Non sono vittime di una fabbrica enorme dove il rischio è inevitabile. Sono vittime del menefreghismo e dell’ostinazione di chi si sente così potente da poter mandare avanti quella fabbrica anche se questo costa la vita a un lavoratore che lascia orfani due figli».

Barbara Neglia, segretaria regionale della Filcams Cgil Puglia, parla di una rabbia che «non ha più limiti»: «Lo sciopero non è la risposta definitiva, ma è l’unica forma che ci rimane per gridare ciò che denunciamo da anni: quella fabbrica è arrugginita, fatiscente, pericolosa. E ogni volta siamo costretti a registrare un dramma con responsabilità precise».

Simon aggiunge che «dinamiche e inefficienze devono pesare sulla coscienza di chi può fermare questa carneficina e invece non lo fa», accusando chi gestisce la fabbrica di approfittare della mancanza di lavoro sul territorio «per giocare con la vita e la morte di chi ogni mattina attraversa quei tornelli».

Anche la Filcams ha proclamato 24 ore di sciopero, in linea con le categorie metalmeccaniche ed edili, per ribadire che la sicurezza non è una variabile negoziabile ma un diritto che non può più essere calpestato.

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