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C’è una scommessa che Renato Perrini avrebbe preferito perdere. Quando nel 2017, con un misto di realismo e amarezza, preannunciò che il nuovo ospedale San Cataldo non avrebbe aperto prima del 2027, molti lo accusarono di pessimismo.

Oggi, però, quella previsione si sta trasformando in un’amara conferma. E non lo dice più soltanto l’opposizione: lo stesso presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, incontrando i consiglieri regionali di Fratelli d’Italia, ha ammesso che il nuovo nosocomio tarantino non aprirà entro il 2026.
È un dato che pesa come un macigno sulla sanità ionica, già provata da anni di precarietà strutturale e da un equilibrio ospedaliero sempre più fragile. Perrini, nelle sue note, parla di una “scommessa vinta ma che non avrebbe voluto vincere”, e il senso di frustrazione è comprensibile: Taranto attende da troppo tempo un ospedale moderno, capace di rispondere alle esigenze di un territorio complesso, segnato da emergenze ambientali, epidemiologiche e sociali che richiederebbero ben altro passo.
Il problema, però, non è solo la data di apertura. È l’incertezza. È l’impossibilità, ancora oggi, di comprendere quali siano i tempi reali, quali reparti partiranno per primi, quali servizi saranno attivi e quando. È la sensazione che un’opera fondamentale per il futuro sanitario e scientifico della provincia resti sospesa in un limbo amministrativo che nessuno riesce davvero a sciogliere.
Nel frattempo, Perrini mette in guardia su un altro fronte: il rischio che la riorganizzazione sanitaria finisca per penalizzare ulteriormente il territorio, con la possibile chiusura o depotenziamento degli ospedali di Manduria e del Moscati. Un’ipotesi che, se confermata, aggraverebbe un quadro già critico, lasciando intere comunità senza presìdi adeguati e aumentando la pressione su strutture che, senza il San Cataldo pienamente operativo, non possono reggere l’urto.
Il ritardo del nuovo ospedale non è solo un problema logistico. È un freno allo sviluppo della ricerca, alla capacità di attrarre professionisti, alla possibilità di costruire un polo sanitario che sia davvero all’altezza delle sfide del territorio. Ogni mese perso è un mese in cui Taranto resta indietro, mentre altre province consolidano reti ospedaliere e investimenti.
Non si tratta di puntare il dito ma di prendere atto che un’opera così importante non può continuare a navigare nell’incertezza. La sanità ionica ha bisogno di certezze, di programmazione, di un cronoprogramma pubblico e verificabile. Ha bisogno di sapere quando potrà contare su un ospedale moderno e pienamente funzionante, e di capire quale sarà il destino degli altri presìdi del territorio.
Perché un ospedale non è solo un edificio: è un patto con una comunità. E quel patto, oggi, appare ancora troppo lontano dall’essere mantenuto.

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