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Foto Studio R. Ingenito

Nel silenzio raccolto della notte del Giovedì Santo, l’arcivescovo di Taranto Ciro Miniero ha accompagnato l’uscita della processione dell’Addolorata con un’allocuzione intensa, densa di richiami spirituali e civili, che ha parlato alla città ferita e alla comunità in cammino.

Davanti alla confraternita, alle autorità e ai fedeli riuniti a San Domenico, Miniero ha ricordato che ci si ritrova “ai piedi della Madre di Dio Addolorata”, spinti da una devozione che definisce “genuina, profonda, radicata nel cuore dei tarantini”.
Il presule ha ripercorso il senso della notte che la città si appresta a vivere, quella in cui si commemorano l’agonia di Gesù, il tradimento, l’arresto e l’inizio della Passione. Una notte che il Vangelo chiama “l’impero delle tenebre”, ha ricordato, e che sembra avvolgere ancora oggi il mondo. Ma proprio in questa oscurità, ha detto, Maria si muove come “donna del coraggio e della fortezza”, capace di non temere il buio e di restare in piedi anche nel dolore. “È vera la sua sofferenza, quanto è vera la sua forza”, ha affermato, invitando i fedeli a imitarne la postura spirituale: ritti, vigili, capaci di ascolto e di cammino.
Il discorso si è poi allargato alle ferite della città e dell’umanità. Miniero ha chiesto di restare in piedi “di fronte al dolore del mondo intero”, ricordando che le guerre non sono lontane da noi perché “siamo cristiani, e il nostro essere fratelli dell’intera umanità è un legame molto più stretto di qualsiasi globalizzazione”. Ha rivolto un pensiero alle famiglie di Loris Costantino e Claudio Salamida, “solo gli ultimi di una serie di morti sul lavoro”, e alle povertà crescenti, agli emarginati che troppo spesso “ignoriamo per indifferenza e disumanità”. Ha richiamato anche le questioni sociali, ambientali e lavorative che gravano su Taranto, problemi che diventano insormontabili quando “pieghiamo la schiena” e rinunciamo a gesti di coraggio.
Uno dei passaggi più forti ha riguardato la Città Vecchia, che “deve cessare di sbriciolarsi”, simbolo di una fragilità che chiede responsabilità e visione. Maria, ha detto l’arcivescovo, esce nella notte perché nell’asfissia del male possano aprirsi “varchi e respiri di tenerezza, di compassione, di vicinanza, di strade nuove”. E nel cuore della Madre, capace di ascoltare e mettere in pratica la Parola, si trova la mappa che dal Calvario conduce al giardino della Resurrezione, un sentiero che rischiamo di non incontrare se non permettiamo a Cristo di trasformarci.
Il finale è stato una supplica corale: “Maria Addolorata, donna in piedi, donaci il coraggio, ricordaci la dignità di appartenerti, rendici forti”. E l’arcivescovo ha affidato alla città il miracolo che chiede e che chiede a nome di tutti: la forza di attraversare la notte perché, come recita il Salmo citato, “questa notte non è più notte davanti a te, il buio come luce risplende”.

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