CRONACHE TARANTINE
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Taranto si raccoglie ancora una volta sotto il cielo sospeso della Settimana Santa, quando il tempo sembra rallentare e la città intera si stringe attorno ai suoi riti più antichi.
Dal balcone della chiesa del Carmine, mentre la Processione dei Misteri si prepara a scivolare tra le vie, l’arcivescovo di Taranto, mons. Ciro Miniero, offre alla folla un momento di ascolto e di meditazione, un invito a lasciarsi toccare non solo dalla bellezza dei simulacri, ma dalla Parola che li anima.
Il presule apre il suo discorso chiedendo ai fedeli di fermarsi, anche solo per pochi minuti, per accogliere la voce di Dio che «ci guidi e ci faccia meditare sulla verità di quello che la devozione popolare offre ai nostri sguardi». Non basta contemplare con gli occhi, afferma, occorre «ascoltare con le orecchie e con il cuore quello che Gesù continua a dirci anche con il suo silenzio», così da poter riconoscere e toccare le sue membra vive nei fratelli, nei poveri, nei sofferenti.
Il cuore della riflessione si concentra su una delle frasi più sconvolgenti pronunciate da Cristo sulla croce: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». Parole che, ricorda l’arcivescovo, colpirono profondamente chi era presente al Calvario e che ancora oggi ci turbano, perché non ci aspettiamo un grido simile sulle labbra del Figlio di Dio. Eppure, in quel grido sembra già compiersi la discesa di Gesù negli abissi dell’umana sofferenza, nella solitudine più cupa, quella che fa percepire perfino l’assenza di Dio.
Miniero ricorda che Gesù, sulla croce, non smette di pregare: prega per i suoi crocifissori, per tutti i peccatori, con un cuore pienamente umano e pienamente divino. Quel grido, infatti, è l’inizio del Salmo 21, la supplica del giusto perseguitato. Gesù, afferma l’arcivescovo, «condivide la nostra natura dal di dentro, bevendo il calice dell’angoscia e del dolore», ma quel salmo non si ferma alla disperazione: si apre alla memoria delle opere di Dio, alla fiducia che nasce dal ricordare la sua fedeltà. E cita i versetti: «Sei tu che mi hai tratto dal grembo… dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio… Da me non stare lontano, poiché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta».
A questo punto, l’arcivescovo allarga lo sguardo e si domanda: chi trova posto in questo grido? La risposta è un elenco doloroso e attualissimo: «Le madri che cercano i loro figli sotto le macerie e i bambini spaventati dal rumore delle bombe, i profughi senza casa, cibo e futuro. I naufraghi al largo delle nostre coste. I poveri del mondo che incontrano una sordità tracotante… gli operai di Taranto e le famiglie con il futuro incerto». E aggiunge lo smarrimento dei giovani, spesso protagonisti di episodi di violenza che rivelano un vuoto profondo.
Quel grido, dice Miniero, lo avvertiamo forte e chiaro anche noi. Ma sulle labbra di Gesù esso diventa un invito a continuare la preghiera, a lasciarsi condurre al cuore dell’esistenza, dove si scopre l’amore del Padre: un amore disarmato, capace di porgere l’altra guancia, di rispondere agli insulti con il silenzio, lasciando un segno di bontà che anticipa la vittoria della risurrezione. E ancora una volta il salmo illumina il cammino: «I poveri mangeranno e saranno saziati… Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra».
Da qui nasce l’esortazione accorata dell’arcivescovo: «Se siete qui tornate a Lui!», ma tornate con tutto il cuore. La passione di Cristo, resa visibile nei Misteri, deve appassionare alla comunità, perché sotto la croce non si radunano solo i nemici di Cristo, ma nasce una nuova famiglia, quella che Gesù affida alla Madre e al discepolo amato. Miniero invita Taranto a non rassegnarsi, a continuare a cercare il bene comune nonostante lentezze, ostacoli e delusioni. Come Cristo che cade e si rialza lungo la via del Calvario, anche la città deve proseguire «con alacrità e fiducia».
Il presule propone poi un piccolo esercizio spirituale, semplice e profondo: immaginare di poter rivolgere poche parole alle persone più care. In quei momenti, osserva, emergerebbero parole di perdono, di bene, di amore. «Raccogliete quelle dal Signore», dice, perché sono le stesse che Gesù ci dona spirando sulla croce, il suo bacio che ci spinge verso la luce di Pasqua. Nessuna guardia, ricorda, può impedire al Risorto di uscire dal sepolcro.
Prima di concludere, mons. Miniero rivolge un pensiero di gratitudine ai confratelli dell’Arciconfraternita del Carmine, al padre spirituale mons. Marco Gerardo e al priore Antonello Papalia, ringraziandoli per il loro servizio generoso. Poi invita tutti a pregare insieme, con le parole che Gesù stesso ha insegnato: il Padre Nostro.
In quel momento sospeso, tra il silenzio della folla e il passo lento dei Misteri, Taranto ritrova ancora una volta il senso profondo del suo Venerdì Santo: un grido che attraversa i secoli, una speranza che non si spegne.