CRONACHE TARANTINE
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Nel dibattito sempre più acceso sul futuro dell’ex Ilva, tra ordinanze comunali, tensioni istituzionali e incertezze industriali, arriva una presa di posizione che rimette al centro la prospettiva degli investitori.
Come riferisce l’agenzia Ansa, Flacks Group conferma infatti di voler andare avanti con il progetto di acquisizione dello stabilimento di Taranto, nonostante la recente ordinanza del sindaco Piero Bitetti che ha disposto la sospensione dell’esercizio della centrale termoelettrica interna al siderurgico, e nonostante le turbolenze giudiziarie che continuano a circondare il dossier.
In una nota, il fondo americano afferma che «gli ostacoli giudiziari non ci spaventano e non cambiano la nostra visione strategica». Neppure le tensioni legate alla decisione del sindaco o l’eventuale ricorso dei commissari al Tar sembrano aver modificato la posizione del gruppo: «Nulla potrà scalfire la nostra determinazione a rilanciare lo stabilimento, proteggere i posti di lavoro e garantire un futuro solido, sostenibile e rispettoso dei più alti standard ambientali per la comunità di Taranto». Flacks Group, riporta sempre l’Ansa, sottolinea inoltre che il progetto è stato analizzato da manager internazionali e che, sulla base del business plan già condiviso con commissari e governo, «l’ex Ilva può funzionare pienamente, offrendo garanzie concrete e un futuro di speranza per i cittadini».
Sempre all’Ansa, il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha commentato con cautela le indiscrezioni sul possibile piano industriale di Jindal, spiegando che «è difficile esprimere un giudizio fino a quando non si conosce il piano industriale». Ha però ricordato che i rumours parlano di un forte ridimensionamento dell’impianto, che diventerebbe «sostanzialmente un rilaminatore di bramme provenienti da altre parti del mondo». Gozzi ha poi allargato il ragionamento al contesto locale, osservando che «ciò che c’è di grave è che ancora una volta sembra che a Taranto nessuno la voglia». Ha criticato l’ordinanza del sindaco sulla centrale elettrica e ha affermato che la comunità deve decidere se vuole o meno un’industria siderurgica: «Non si può volere la botte piena e la moglie ubriaca. Non si possono pretendere diecimila addetti e poi non consentire agli altoforni, alle cokerie, al forno elettrico o alla nave di rigassificazione di esistere». Per Gozzi, la questione è netta: «O si costruiscono le condizioni abilitanti per fare industria a Taranto oppure l’industria sparirà».
Sul fronte sindacale, le segreterie nazionali di Fim, Fiom e Uilm hanno diffuso una nota congiunta in cui denunciano l’assenza di risposte dopo l’ultimo incontro a Palazzo Chigi e la mancata convocazione del tavolo aggiornata, attesa entro marzo. I sindacati criticano le «continue dichiarazioni del Mimit su possibili trattative, investitori e piani industriali indefiniti», ribadendo «la necessità dell’intervento pubblico in qualunque asset societario futuro». Contestano inoltre interlocuzioni tra ministero e istituzioni locali «di cui nulla si conosce» e visite di potenziali investitori «di cui non si conoscono capacità economiche né piani industriali».
Fim, Fiom e Uilm sottolineano che, mentre «tutto il sistema istituzionale, politico e imprenditoriale dispensa pareri», loro restano le uniche a chiedere «tutele, garanzie di salute e sicurezza e rientro al lavoro». La nota ricorda anche la convocazione ricevuta per discutere la proroga della cassa integrazione per altri dodici mesi per 4.450 lavoratori di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, oltre ai 1.600 di Ilva AS e ai migliaia dell’indotto. I sindacati hanno dichiarato «indisponibilità» a un accordo peggiorativo e hanno chiesto chiarimenti sulla messa in sicurezza degli impianti, sulla gestione della Cigs e sulla ripartenza degli impianti principali. La discussione si è però arenata «sull’indisponibilità dei fondi governativi» che avrebbero garantito le stesse condizioni economiche finora riconosciute. «Mai avremmo accettato un peggioramento delle condizioni dei lavoratori», affermano, definendo l’equiparazione delle tutele «una condizione imprescindibile di equità e giustizia sociale».
Il tavolo è stato aggiornato al 22 aprile. «Auspichiamo – concludono Fim, Fiom e Uilm – che il governo assuma finalmente la responsabilità di dare certezze a cittadini e lavoratori, che da oltre 14 anni vivono una condizione di incertezza e sofferenza economica».