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All’alba del 10 maggio, in una piazza Fontana ancora semideserta, la vita di Bakary Sako, 35 anni, lavoratore maliano, si è spezzata in pochi istanti.

Stava andando al lavoro nei campi, come ogni mattina. È stato ucciso mentre attraversava la città per raggiungere la sua giornata di fatica. Una morte che ha scosso Taranto e che, nelle parole di chi rappresenta il mondo del lavoro e del volontariato, diventa il simbolo di una frattura sociale che non può più essere ignorata.
Il segretario generale della Cgil di Taranto, Giovanni D’Arcangelo, parla senza giri di parole: “Sabato scorso a Taranto è stato ucciso un uomo, Bakary Sako, un altro lavoratore morto sul lavoro. Era un membro di questa comunità, lavorava, pagava le tasse, rispettava la legge”. Ma questa volta, sottolinea, non c’è un datore di lavoro da chiamare in causa. “La responsabilità è collettiva rispetto a un territorio che diventa sempre più fragile e insicuro”.
D’Arcangelo richiama un contesto che da tempo denuncia: “Si continua a sottostimare un fattore molto più rischioso dell’emigrazione: il disagio sociale, l’abbandono delle periferie, la fragilità di un tessuto urbano che scricchiola sotto i colpi della crisi, della disoccupazione e della povertà”. Per il sindacato, la morte di Bakary è la punta dell’iceberg di un disagio che si manifesta ogni giorno: “Lo vediamo negli assalti agli autobus, nelle aggressioni al personale sanitario, nelle botte agli operatori del 118. È un fenomeno crescente che abbiamo documentato”.
Per questo, insiste, non bastano più le parole: “Non serve il cordoglio e la solidarietà, servono azioni concrete”. E la Cgil chiede che si apra finalmente una vertenza Taranto ampia, coordinata, che coinvolga tutte le parti sociali e istituzionali. “Conosciamo bene il lavoro bracciantile, lo stesso che svolgeva con rigore e dignità Bakary Sako. È tempo che le istituzioni affrontino questo tema in modo strutturale”.
Accanto alla voce del sindacato, arriva quella del mondo del volontariato. La presidente del Centro Servizi per il Volontariato della provincia di Taranto, Maria Antonietta Brigida, parla di una ferita che riguarda l’intera comunità: “La tragedia avvenuta nella città vecchia ci colpisce profondamente come cittadini, come volontari e come comunità”. Per Brigida, non si può restare fermi allo sgomento: “È necessario interrogarsi sul clima culturale e sociale che permette alla violenza, all’indifferenza e alla disumanizzazione di trovare spazio, soprattutto tra i più giovani”.
Il volontariato, ricorda, nasce per costruire legami e contrastare esclusione e marginalità. “Nessuna provenienza, nessuna fragilità, nessuna differenza può mai giustificare violenza o perdita di umanità”. E proprio per questo, aggiunge, l’azione di prossimità diventa ancora più importante: “Dobbiamo sostenere chi vive un disagio economico, sociale o culturale spesso nell’indifferenza, se non nell’ostilità”.
Il CSV esprime vicinanza alla famiglia di Bakary e rinnova il proprio impegno: “Taranto ha bisogno di comunità, non di paura. Di dialogo, non di aggressività. Di giovani accompagnati da esempi, relazioni e opportunità”. E conclude con un monito che suona come un appello collettivo: “In momenti come questo, il silenzio non basta: serve una responsabilità condivisa”.
La morte di Bakary Sako, intanto, resta una ferita aperta. Una vita spezzata mentre andava a lavorare. Un fatto di sangue che chiama Taranto a guardarsi dentro, a interrogarsi, a reagire. Perché, come ricordano sindacato e volontariato, non è solo una tragedia: è un campanello d’allarme che riguarda tutti.

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