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Foto F. Manfuso

La basilica di San Cataldo, ieri sera, sembrava respirare insieme alla città. Un silenzio denso, quasi materico, avvolgeva il Rosario voluto dalla comunità ecclesiale per accompagnare il dolore per l’uccisione di Bakari Sako e chiedere pace, giustizia, lucidità.

Un momento di raccoglimento che non voleva essere fuga, ma ritorno al cuore ferito di Taranto. A guidarlo, mons. Emanuele Ferro, parroco della Cattedrale, che ha scelto di parlare con parole nude, disarmate, lasciando che la fede diventasse un varco attraverso cui guardare l’orrore senza distogliere lo sguardo.

«Durante i festeggiamenti di San Cataldo, al convegno per i giornalisti dal titolo “Disarmare le parole”, abbiamo ospitato padre Ibrahim da Betlemme che ha esordito così: “se Betlemme è una prigione a cielo aperto la striscia di Gaza è un cimitero a cielo aperto”. Immagine efficace di un orrore che non conosce misura», ha ricordato mons. Ferro. «Subito mi è venuto da chiedere: “e noi cosa possiamo fare per voi?”. Mi ha risposto: “dobbiamo pregare”. Di primo acchito la mia reazione non è stata quella che ci si aspetterebbe da un uomo di Chiesa, perché mi aspettavo qualcosa di più “pratico”, di paganamente più “concreto”. Subito dopo però mi sono reso conto che la preghiera già andava disarmando le parole. Ecco cosa può fare la fede: disarmarci delle armi delle tenebre per indossare quelle della luce».

Da qui la ragione del raduno: «Per questo siamo qui, innanzitutto per disarmarci a partire dalle parole». Parole che, ha insistito, devono essere vere, senza infingimenti, senza attenuanti. «Dobbiamo chiamare le cose con il proprio nome. Un lavoratore, bracciante agricolo, Sacko Bakary, un giovane trentacinquenne originario del Mali, mentre andava a lavorare, in bicicletta con il suo zainetto, è stato ucciso in piazza Fontana nella nostra Taranto vecchia, da una baby gang. Per cosa? Futili motivi! Continuo a ripetermelo da ieri. La parola baby, bimbo, non dovrebbe avere nulla a che fare con la parola assassino. Eppure è così. Fa malissimo. Ma è così».

La voce del parroco si è incrinata quando ha ricordato che Bakari sarebbe diventato padre tra pochi mesi. «È un orrore quello che è accaduto. Sono sconvolto. La prima emozione è stata quella della vergogna, un senso di grande nudità e inadeguatezza, ma vi assicuro un senso profondamente umano che condivido con voi perché tutti insieme possiamo far riaffiorare l’umanità, l’essere uomini, donne, vulnerabili, bisognosi gli uni degli altri. Prima ancora che l’indignazione, il giudizio, la ricerca delle risposte, credo sia necessario abbassare la testa per onorare Sacko».

Nessuna consolazione facile, nessun alibi. «Tanti mi dicono giustamente: “sono cose che accadono ovunque”. Ma che consolazione è questa? Intanto è accaduto qui, sotto le nostre case. È da qui che dobbiamo ripartire». E ancora: «L’odio, il razzismo, la perversa convinzione che la vita non abbia lo stesso valore per tutti, serpeggia ovunque e ce ne abbeveriamo scrollando i nostri telefoni. Ma che razza di giustificazione è questa? Cosa siamo diventati?».

Mons. Ferro ha parlato dei vicoli della Città Vecchia come di un luogo che conosce profondamente: «Ho sempre respirato la durezza di una vita complessa, di tante situazioni difficili, sperimento anche tanta generosità. Vi posso testimoniare bontà ed inclusività verso tanti tipi di minoranze, sì, è un’accoglienza scevra da qualsiasi linguaggio politicamente corretto, ma è concreta!». Proprio per questo, ha aggiunto, il dolore è doppio: «Non riesco a spiegarmi come sia possibile che non si condanni all’unanimità quanto è accaduto. Essere amici dei nostri ragazzi coinvolti – e dico “nostri” con cuore ferito, perché non voglio lavarmene le mani – non significa difenderli dando ignominiosamente le spalle al morto per terra!».

Poi un’immagine biblica, tagliente come un richiamo: «Questo duro colpo inferto alla nostra comunità, mentre il sangue di Abele, nostro fratello, grida a noi dall’asfalto di piazza Fontana, ci faccia rientrare in noi stessi». E un appello diretto ai giovani: «Ragazzi, no alla violenza di nessun tipo a partire da quella verbale! Ragazzi, no ad ogni tipo di discriminazione! Tutti insieme diciamo no alla morte».

Il parroco ha parlato anche della fatica quotidiana del ministero in Città Vecchia: «Credo che la lezione che si impari qui, io da undici anni, ma anche tanti preti prima di me, sia quella di avere l’umiltà di ricominciare sempre daccapo, per fede e per vocazione. È dura ma bisogna ripartire da qui, ripeto con umiltà, non con soluzioni preconfezionate, ma con la pazienza missionaria di vivere qua, intessendo alleanze educative senza risparmiarsi mai. Vogliamo, pur con tutti i limiti, esserci per tutti».

Infine, un rimprovero alla comunità, pronunciato con la franchezza di chi ama: «Quando muore qualcuno in un luogo pubblico spontaneamente quel luogo diventa un sacrario. Non avete portato un fiore sul luogo dell’omicidio. Per chi vorrà lo potremo fare stasera: li prenderete da qui, se vorrete, da quelli della festa di San Cataldo, e magari, andando a piazza Fontana, ricordiamoci con coerenza cristiana che il patrono che abbiamo onorato e festeggiato è orgogliosamente amante dei forestieri».

 

I parroci della vicaria Taranto-Borgo: “Ogni goccia di sangue è una ferita al cielo”

Alla preghiera si è unita anche la voce corale dei parroci della vicaria Taranto‑Borgo, che in una nota diffusa nelle stesse ore hanno espresso un dolore netto, senza attenuanti. Hanno scritto di sentirsi «profondamente scossi» e di stringersi attorno alla famiglia e alla comunità di Bakari, «barbaramente ucciso in un atto di violenza che appare tragicamente segnato dal veleno del razzismo». Hanno ricordato che «ogni goccia di sangue versato per odio razziale è una ferita inferta al costato di Cristo» e che il razzismo non è un’opinione, ma «un peccato strutturale che nega l’uguale dignità di ogni persona».

I parroci hanno chiesto alle istituzioni, alle scuole, alle famiglie di non restare indifferenti, perché «il silenzio di fronte all’ingiustizia rischia di diventare complicità», e hanno invocato giustizia piena, insieme a un impegno collettivo per sradicare la retorica dell’odio che arma le mani dei più fragili e dei più giovani. Hanno ricordato che «la mano di un quindicenne della nostra città è stata l’autrice dell’orrendo atto criminale insieme ad altri» e che proprio per questo le comunità cristiane devono attivare «tutte le energie umane e spirituali» per accendere speranza, vita, accoglienza, solidarietà.

Nella basilica, mentre il Rosario si chiudeva, la città sembrava trattenere il fiato. Non c’era rassegnazione, ma un dolore che chiede di diventare responsabilità. E forse, come ha detto mons. Ferro, il primo passo è davvero questo: disarmare le parole per tornare a essere umani.

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