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Taranto non accetta semplificazioni che cancellano la complessità di una comunità.

È questo il senso profondo della lettera aperta che l’ex sindaco Mario Guadagnolo ha indirizzato al direttore de L’Unità, Piero Sansonetti, dopo l’editoriale in cui il giornalista aveva accostato l’omicidio del 35enne bracciante agricolo Sako Bakari a un clima “da Alabama anni ’50” (periodo storico in cui:
erano in vigore leggi statali che imponevano la segregazione razziale in ogni aspetto della vita pubblica, dalle scuole ai trasporti, fino ai locali e alle fontanelle dell'acqua; il Ku Klux Klan e altri gruppi estremisti godevano di forte potere politico e sociale, spesso protetti dalle stesse autorità locali; la richiesta di pari diritti da parte della comunità afroamericana, veniva repressa con intimidazioni, arresti e violenze, ndc).
 Una definizione che, per Guadagnolo, non solo non descrive la città, ma la ferisce ingiustamente.
«Caro Sansonetti, sono un tuo ammiratore in quanto socialista, garantista e libertario come te», esordisce l’ex primo cittadino, chiarendo subito il tono franco ma rispettoso del suo dissenso. «No caro Sansonetti, non ci sto. Non ci sto io e non ci stanno i tarantini civili, tolleranti, antirazzisti». Guadagnolo rivendica con forza l’identità di una città che, a suo dire, «non è l’Alabama degli anni ’50» e che non può essere giudicata sulla base dell’atto «ignobile di quattro delinquenti».
L’ex sindaco respinge l’idea che Taranto sia una comunità attraversata dal razzismo. «I neri che vi abitano e lavorano sono integrati, accolti con amicizia e considerati esattamente come gli altri», scrive, ricordando scene di quotidianità condivisa: «Li vedo fare la fila alle poste come me, andare al mercato come tutti gli altri, andare agli sportelli della Asl per ricevere assistenza come me e come tutti gli altri». Un’immagine che contrappone alla metafora evocata da Sansonetti: «Cosa che non accadeva nell’Alabama che tu evochi con una battuta ad effetto».
Guadagnolo richiama la storia della città, «che ha nel suo DNA la civiltà della tolleranza che le deriva da Archita e da Platone», e ribadisce che «per i tarantini esiste una sola razza, la razza umana». Il problema, insiste, non è il razzismo, ma la violenza: «Su questo ti do ampiamente ragione. È altra questione e riguarda non solo Taranto ma tutto il Paese e il mondo». L’omicidio di Bakari, secondo l’ex sindaco, è riconducibile alla «violenza cieca delle baby gang», la stessa che «ha animato la teppaglia che ha massacrato tanti ragazzi italiani».
Guadagnolo ricorda anche la reazione immediata della città: «Il giorno successivo all’assassinio di Bakari c’è stata la grande manifestazione di Piazza Fontana ed è scattata la grandissima operazione di solidarietà di tutta la città nei confronti suoi e della sua famiglia». Un segnale che, per lui, smentisce qualsiasi lettura razziale dell’accaduto.
Nella lettera non manca un richiamo alle responsabilità educative e istituzionali: «La famiglia prima di tutto, la scuola – e chi ti scrive è un uomo di scuola e come tale fa autocritica – e le istituzioni che devono costruire le condizioni per la prevenzione». Guadagnolo chiama in causa anche la magistratura, che a suo avviso deve agire «senza buonismi, pelose comprensioni e pietistici sconti», garantendo «rapidità del processo, severità, pena esemplare e senza sconti».
Il finale è un messaggio netto: «Taranto non ci sta e respinge l’etichetta di essere l’Alabama degli anni ’50», così come «rigetta la postura di certa stampa che guarda a Taranto e generalmente al Sud come a una provincia dell’impero da rieducare». Una difesa appassionata della città e della sua dignità, che riapre il dibattito nazionale su come raccontare – e comprendere davvero – ciò che accade nel Mezzogiorno.

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