CRONACHE TARANTINE
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La giustizia come architrave della Repubblica, come nervatura essenziale per la credibilità delle istituzioni e per la fiducia dei cittadini.
È con questa consapevolezza che si è aperto il panel “80 anni della Repubblica italiana. L’importanza della giustizia per il futuro del Paese”, nella prima giornata della sesta edizione del Forum in Masseria, dove Bruno Vespa ha sollecitato un confronto serrato tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio, l’ex ministra Paola Severino, il costituzionalista Nicolò Zanon e la componente del Csm Claudia Eccher. Un dialogo fitto, a tratti autocritico, che ha restituito l’immagine di un sistema giudiziario attraversato da tensioni, nodi irrisolti e necessità di riforme profonde, ma anche di una magistratura chiamata a ritrovare autorevolezza e misura.
Nordio ha affrontato per primo il tema più caldo, quello del post-referendum. «La sconfitta è sconfitta e la vittoria è vittoria, non esistono surrogati», ha detto, riconoscendo che il 47% raccolto dal Sì rappresenta comunque «una buona percentuale» e il segnale che «quasi la metà degli italiani riconosce che la giustizia ha forti criticità». Il ministro ha insistito sulla necessità di un dialogo “costruttivo” con magistratura e Csm, ricordando come «anche la stessa magistratura, dopo la vittoria del No, abbia cominciato a fare un po’ di autocritica». Ha poi affrontato il nodo della responsabilità civile dei magistrati, ribadendo la sua contrarietà: «Colpire il magistrato sul portafoglio è inutile perché i magistrati sono assicurati. Non ha effetto deterrente né sanzionatorio». Per Nordio, la strada è un’altra: «Il magistrato inadeguato va colpito sulla carriera, nelle promozioni, nel giudizio disciplinare. Non con il risarcimento del danno». E ha richiamato un punto che considera dirimente: «Gli errori giudiziari più laceranti spesso derivano da Corti d’assise composte in maggioranza da giudici popolari. Cosa facciamo, la causa civile ai giudici popolari?».
Il ministro ha poi toccato uno dei punti più delicati: l’anomalia del sistema processuale italiano, evocando il caso di Garlasco. «È molto discutibile che una persona assolta due volte da una Corte d’Assise e da una Corte d’Appello possa poi essere condannata senza rifare ex novo il processo, ma con un semplice supplemento di istruttoria», ha osservato. «Se due altissime corti hanno dubitato, come fai a condannare? È un problema di sistema, unico al mondo».
Paola Severino ha riportato il discorso sul terreno dell’efficienza. «Una giustizia che funziona con tempi più ridotti è un beneficio per i cittadini e per l’economia», ha detto, ricordando gli studi della Banca d’Italia che attestano gli effetti positivi delle sezioni specializzate. «Il tribunale delle imprese è forse l’unica riforma della quale non mi pento. Un giudice specializzato garantisce decisioni più rapide e prevedibili. Oggi ci sono le condizioni per creare un vero tribunale delle imprese».
Claudia Eccher ha portato la prospettiva del Csm, senza nascondere le criticità interne. «La giustizia è l’infrastruttura immateriale più strategica del Paese», ha affermato, denunciando la difficoltà di fermare avanzamenti di carriera non meritati. «Il Csm è arroccato sulla discrezionalità. Servono criteri chiari e una gestione manageriale degli uffici». Ha rivendicato anche la recente delibera sulle linee guida per la comunicazione istituzionale: «Dobbiamo insegnare ai magistrati a comunicare con sobrietà. Il danno reputazionale non ha rimedio economico».
Nicolò Zanon ha analizzato le ragioni della sconfitta referendaria. «Era una riforma difficile da spiegare», ha detto, ricordando che «le sacche di resistenza corporative sono fortissime». Ma ha riconosciuto che «la magistratura, dopo reazioni iniziali scomposte, ha mostrato consapevolezza dei problemi», citando l’assemblea dell’Anm in cui «molti nodi sono stati messi sul tavolo». Per Zanon, il vero punto debole resta «la valutazione di professionalità, viziata dal fatto che i magistrati giudicano i loro colleghi». E ha notato un segnale inatteso: «Alcuni magistrati stanno pensando a liste basate sul sorteggio temperato. Forse si rendono conto che il sistema attuale non funziona».
Il panel si è chiuso con una certezza condivisa: la giustizia resta il banco di prova decisivo della qualità democratica del Paese. E il suo futuro dipenderà dalla capacità di riformare senza scontri, riconoscere gli errori e restituire ai cittadini un sistema più efficiente, più trasparente e più umano.