CRONACHE TARANTINE
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L’addio di Alfredo Spalluto alla guida di Kyma Ambiente non è una semplice uscita di scena: è l’innesco di una scossa che attraversa politica, conti e governance.
Prima di sedersi tra i banchi del Consiglio comunale nelle fila del Pd, l’ex presidente ha scelto di aprire il dossier più delicato: la crisi d’impresa della partecipata, certificando un grave squilibrio finanziario che mette a nudo anni di debiti accumulati.
Nella precisione del suo intervento nella conferenza stampa del 7 luglio emerge anche la volontà di continuare a contribuire, seppur dall’esterno, al bene dell’azienda e dei cittadini. Spalluto rivendica il dovere di tornare in Consiglio comunale per rispetto degli elettori che lo hanno scelto.
La fotografia è dura: 450 dipendenti e un debito complessivo di 43 milioni di euro, metà verso l’Erario e il resto verso fornitori e professionisti. Spalluto insiste su una scelta “per salvare, non affondare” l’azienda, puntando sulla ristrutturazione del debito e sulla continuità dei servizi. A lavorarci sono già due advisor, il commercialista Alessandro Manfredonia e l’avvocato Angelo Buonfrate, incaricati di costruire il percorso previsto dalla normativa.
Negli ultimi mesi, racconta l’ex presidente, è partita una spending review drastica: via direttore generale, addetto stampa, social manager e auto di servizio. Parallelamente sono state avviate le perizie sugli impianti, incluso il termovalorizzatore, su cui due privati avrebbero manifestato interesse per finanziare il revamping in cambio di un canone utile al risanamento. Qualche risultato è arrivato: 850mila euro dall’Inps e 1,64 milioni risparmiati con la rottamazione delle cartelle. Resta invece aperto il contenzioso con il Comune per un credito Covid da 2 milioni.
Sul fronte politico‑istituzionale, in Commissione regionale l’assessore Ciliento e la presidente Capone si sono dette pronte a sostenere il piano industriale legato al Contratto di Servizio, prorogato al 31 dicembre 2026. Intanto la raccolta differenziata mostra segnali di crescita (dal 27,30% di agosto 2025 al 34,21% di giugno 2026), ma ancora lontani dagli obiettivi fissati dal Comune, mentre persistono le segnalazioni di cassonetti pieni e disservizi.
Spalluto non ha risparmiato critiche al suo stesso CdA, definito “troppo diviso”. Ha ricordato la crisi dello scorso ottobre, quando i quartieri Tamburi e Paolo VI furono sommersi dai rifiuti dopo la decisione del vicepresidente Mauro De Molfetta di non ritirare i sacchetti conferiti in modo errato per “educare” i cittadini. Una linea che Spalluto giudica sbilanciata: «Serve equilibrio, non punizioni collettive», ha detto, rivendicando l’intervento che portò alla rimozione dei cumuli.
Per l’ex presidente, la transizione ecologica di Taranto non può essere scaricata solo sull’azienda: servono cittadini più responsabili, controlli serrati della Polizia Municipale e una comunicazione efficace. E serve soprattutto un CdA capace di remare nella stessa direzione.
Ora Spalluto passa dall’altra parte del tavolo: da controllato a controllore. Promette di difendere Kyma Ambiente in Consiglio comunale, forte del mandato ricevuto dagli elettori. Ma il paradosso resta: lascia un’azienda in codice rosso per sedersi proprio nel luogo dove si deciderà il suo destino finanziario. Una mossa che potrebbe rivelarsi utile, considerando la sua formazione da commercialista e la possibilità di valutare il quadro con maggiore lucidità dall’esterno.
A Palazzo di Città tocca al sindaco Piero Bitetti trovare il nome giusto per la nuova guida. Circola anche l’ipotesi di un profilo proveniente dal mondo militare, forse per imprimere maggiore rigore. Chiunque sarà, dovrà trasformare un buco da 43 milioni in un percorso di risanamento credibile, prima che la città torni a misurare la crisi dai cassonetti al limite del consentito, a voler essere buoni.