CRONACHE TARANTINE
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Il futuro dell’ex Ilva continua a essere un terreno di confronto tra governo, investitori e territorio.
L’idea di una gestione interamente pubblica, sostenuta da una parte del mondo politico, incontra le perplessità di chi teme che lo Stato, da solo, non riuscirebbe a risolvere le criticità industriali e finanziarie accumulate negli anni.
Per questo prende corpo una strada intermedia che coinvolge nomi già presenti nel dibattito: Jindal, interessata a integrare semilavorati provenienti dall’Oman; Metinvest e Danieli, che spingono per un’acciaieria elettrica; e un soggetto pubblico come Invitalia o Cassa Depositi e Prestiti, chiamato a garantire controllo sulle scelte strategiche e sugli obiettivi ambientali. In questo schema potrebbero entrare anche altri attori, dai fondi come Flacks Group alle realtà territoriali, Comune di Taranto e Regione Puglia.
La formula immaginata è quella di una società mista, con quote e diritti di voto proporzionati ai capitali investiti. Una governance forte sarebbe indispensabile per tenere insieme interessi diversi e assicurare continuità produttiva, tutela ambientale e una rappresentanza del territorio nelle decisioni.
Resta però un interrogativo centrale: il binomio pubblico‑privato, spesso indicato come garanzia per i lavoratori e per la stabilità dello stabilimento, è davvero la strada capace di evitare nuovi fallimenti? Oppure servirà un modello più radicale per dare al polo siderurgico di Taranto un futuro che finora non è mai riuscito a conquistare?