CRONACHE TARANTINE
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La sentenza della Corte d’Appello di Milano che impone lo stop dell’area a caldo entro 90 giorni, ha aperto una fase di allarme senza precedenti per l’indotto dell’ex Ilva.
È qui che si concentra il rischio maggiore: migliaia di lavoratori che dipendono esclusivamente dalle attività legate agli impianti a caldo, oggi ridotti al minimo ma ancora essenziali per forniture, manutenzioni e ripristini. Se si ferma quell’ultimo altoforno, si ferma tutto.
Come riportato ieri, le associazioni datoriali – Confindustria, Confapi, Aigi, Confartigianato e Federmanager – riunite alla Camera di Commercio, hanno parlato apertamente di “licenziamenti collettivi” come esito inevitabile di una chiusura non governata. Per questo chiedono un decreto urgente che sospenda gli effetti della sentenza e definisca tempi certi di transizione, investimenti adeguati e un quadro organizzativo capace di garantire continuità produttiva senza sacrificare la salute.
Il messaggio è chiaro: spegnere gli impianti non risolve le criticità, le amplifica. Senza una strategia nazionale, Taranto rischia una desertificazione industriale che travolgerebbe stabilimento, filiere e occupazione, lasciando alla collettività costi enormi di messa in sicurezza e bonifica.
Fuori dalla sala della Camera di Commercio, gli operai hanno ossrvato in silenzio. Non una protesta, ma un confronto necessario: la paura del domani, le domande senza risposta, la sensazione di essere sospesi. È qui che si gioca il futuro della città. E la domanda resta aperta: cosa rischiano davvero i lavoratori, se il tempo continua a scorrere senza decisioni? Taranto se lo chiede alle porte di settembre, mentre agosto vola via con le ferie. Nessuno auspica un “autunno caldo”, stagione che nella storia italiana ha segnato mobilitazioni e tensioni profonde. Sarebbe un passo indietro. E Taranto, oggi più che mai, ha bisogno di altro.