CRONACHE TARANTINE
IL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE DI TARANTO
Abbiamo intervistato Fabio Paolillo in merito alla vertenza ex Ilva.
Dopo il provvedimento della Corte d’Appello di Milano, qual è la prima urgenza?
«La fase che si è aperta richiede decisioni immediate. Occorre evitare che l’incertezza produca ulteriori conseguenze sulla produzione, sulle imprese dell’indotto e sull’occupazione. Tra le priorità, in questo momento, c’è sicuramente la produzione. La fabbrica deve fare impresa in modo pulito, sano e proficuo. E questo passa anche dal riattivare rapidamente l’area a freddo dello stabilimento.»
Perché puntare proprio sull’area a freddo?
«In attesa delle urgenti decisioni del Governo su come intenda procedere con l’area a caldo, oggetto del provvedimento del Tribunale, la LAF è la parte dello stabilimento nella quale l’acciaio viene trasformato in prodotti finiti ad alto valore aggiunto. Quando era pienamente operativa sosteneva un sistema importante di imprese, autotrasportatori, manutentori e servizi collegati alla produzione.
Oggi risulta attivo soltanto un treno nastri, destinato prevalentemente ad alimentare gli stabilimenti del Nord, mentre tubifici e laminatoi sono fermi da troppo tempo. È necessario capire perché una parte così rilevante del patrimonio industriale continui a non essere utilizzata.»
Dal punto di vista ambientale, queste lavorazioni sono coinvolte nelle stesse criticità dell’area a caldo?
«Le lavorazioni dell’area a freddo hanno caratteristiche differenti rispetto alle fasi primarie del ciclo siderurgico e un diverso profilo emissivo. Proprio per questo occorre distinguere con chiarezza le diverse parti dello stabilimento.
Se le principali criticità riguardano l’area a caldo, il territorio ha il diritto di sapere se esistano le condizioni tecniche ed economiche per valorizzare e riattivare le attività che possono continuare a produrre».
Quali sono le domande che attendono ancora una risposta?
«Le domande sono molto semplici.
Perché tubifici e laminatoi sono inattivi da anni? Esistono impedimenti tecnici, economici o commerciali alla loro riattivazione? Ci sono le condizioni per rimetterli progressivamente in funzione?
Imprese, lavoratori e territorio hanno diritto a risposte chiare. Non è più sufficiente limitarsi a descrivere lo stato dello stabilimento: bisogna spiegare quali scelte industriali si intendono compiere.»
Il dibattito pubblico è concentrato quasi esclusivamente sull’area a caldo. Che cosa si rischia?
«Per come è strutturato il nostro siderurgico, a ciclo integrale con altiforni, l’area a caldo continua a rappresentare la madre di tutti i problemi. Se avessimo iniziato il cantiere già tre anni fa, oggi forse saremmo prossimi all’inaugurazione del forno elettrico. Ma non vogliamo ignorare i problemi riscontrati dal Tribunale. Taranto deve uscire definitivamente dalla morsa della scelta tra salute e lavoro.
Inoltre non si devono ignorare decisioni industriali che potrebbero essere assunte già oggi per rafforzare la produzione, sostenere l’indotto e preservare competenze importanti.
I commissari straordinari devono illustrare con chiarezza la strategia industriale dello stabilimento e precisare quale ruolo intendano assegnare all’area a freddo.
Non si può continuare a discutere soltanto di ciò che deve fermarsi senza chiarire contemporaneamente che cosa può essere riattivato, salvaguardato e sviluppato da subito».
Chiedete trasparenza sugli ostacoli alla riattivazione. Perché?
«Perché una gestione straordinaria ha il compito di preservare un patrimonio industriale nazionale, ma anche il dovere di valorizzare tutte le attività produttive tecnicamente ed economicamente sostenibili.
Se esistono ostacoli, devono essere spiegati. Se non esistono, bisogna assumere rapidamente le decisioni necessarie per rimettere in funzione ciò che può generare competitività, commesse, occupazione e indotto.
Le imprese non possono programmare il proprio futuro sulla base di ipotesi o indiscrezioni. Hanno bisogno di conoscere lo stato reale degli impianti e le intenzioni della gestione commissariale».
Avete indicato anche una possibile soluzione: l’approvvigionamento di bramme.
«L’approvvigionamento di bramme dall’esterno è una pratica utilizzata in diversi siti siderurgici internazionali.
Potrebbe rappresentare una soluzione per alimentare l’area a freddo, riattivare produzioni ad alto valore aggiunto e salvaguardare competenze e filiere, accompagnando lo stabilimento verso un nuovo assetto industriale.
Naturalmente devono essere verificate la sostenibilità economica, la disponibilità delle forniture e la capacità commerciale di collocare i prodotti finiti. Ma è una possibilità che deve essere valutata seriamente e non esclusa in partenza».
Guardando al futuro, che cosa deve sapere Taranto?
«Taranto ha diritto di conoscere la strategia industriale del Governo, del Paese Italia, per lo stabilimento di Taranto e di capire perché in tutti questi anni non si è fatto praticamente nulla per la decarbonizzazione e quindi per un nuovo ciclo produttivo moderno e meno impattante, recuperando anche quella parte così importante degli impianti che continua a rimanere inattiva.
Il provvedimento della Corte d’Appello ferma certamente il tempo dell’indecisione. Ora spetta al Governo fare a Taranto quanto è stato promesso in questi anni: un’acciaieria, certamente ridimensionata, decarbonizzata e pienamente compatibile con i parametri ambientali e sanitari, con tutte le produzioni a freddo attive.
Ma Taranto deve anche guardare oltre lo stabilimento. Deve comprendere quali attività siano state finanziate o siano in corso di finanziamento, quali filiere stiano realmente prendendo forma e quale direzione si voglia imprimere all’economia del territorio.
Imprese e lavoratori devono essere messi nelle condizioni di capire dove si stanno aprendo nuove opportunità, quali competenze saranno richieste e come potranno riconvertirsi o diversificare le proprie attività.
La siderurgia resta una questione decisiva, ma il futuro di Taranto non può dipendere ancora da un solo asse produttivo».
Sulla transizione industriale siete molto critici. Perché?
«Perché sono trascorsi anni preziosi senza che la transizione sia realmente iniziata.
Abbiamo assistito ad annunci, programmi, commissariamenti e piani di decarbonizzazione, mentre il forno elettrico resta ancora lontano e una parte importante dell’area a freddo continua a non essere utilizzata.
Anche le risorse e gli strumenti destinati alla transizione del territorio devono essere letti alla luce dei risultati concretamente prodotti. Non basta programmare fondi o presentare progetti: occorre verificare se stanno generando nuove imprese, occupazione, investimenti e filiere capaci di ridurre progressivamente la dipendenza dal siderurgico.
Il prezzo più alto che Taranto continua a pagare è quello dell’incertezza. Le imprese non sanno su quali attività investire, i lavoratori non conoscono le prospettive future e il territorio continua ad attendere decisioni definitive».
Che cosa chiedete oggi, con urgenza?
«Chiediamo un intervento urgente del Governo e un provvedimento che definisca con chiarezza come garantire e finanziare la ripresa produttiva dello stabilimento.
È necessario indicare tempi, investimenti, responsabilità e condizioni per un’acciaieria inevitabilmente ridimensionata, decarbonizzata e pienamente compatibile con la tutela dell’ambiente e della salute.
È un percorso possibile: in altri territori europei sono già state avviate trasformazioni profonde del sistema siderurgico. Ma servono decisioni, risorse e cantieri reali.
Taranto ha pagato con grande sofferenza decenni di servitù industriale gestita male e con un impatto ambientale elevatissimo. Oggi ha diritto a lavoro pulito, sicuro e stabile.
Per questo non chiediamo soltanto una strategia industriale per lo stabilimento. Chiediamo una strategia complessiva per Taranto, capace di tenere insieme siderurgia, imprese, nuove filiere e diversificazione economica.
Ora basta con gli annunci. Taranto ha già aspettato abbastanza».