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La riunione del 5 agosto al Mimit si è aperta sotto un cielo carico di incognite. Prima ancora che il confronto iniziasse, era già chiaro che il tavolo avrebbe dovuto misurarsi con una fase delicatissima: lo stabilimento di Taranto sta entrando in un passaggio che non assomiglia a nessuno dei precedenti.


Il ministro Adolfo Urso, ieri assente, oggi ha richiamato in poche parole il quadro normativo che sta guidando le scelte del Governo, ricordando che il decreto della Corte d’Appello di Milano impone lo spegnimento dell’area a caldo. Una cornice che pesa su ogni valutazione e che rende impossibile immaginare una continuità produttiva con gli altiforni.
Regione, Comune e Provincia sono arrivati al tavolo chiedendo certezze su ciò che verrà dopo. Antonio Decaro ha parlato della necessità di un percorso straordinario che accompagni Taranto nella transizione industriale, mentre Piero Bitetti ha ribadito che la città non può affrontare questa fase senza strumenti chiari per tutelare lavoratori e filiere.
Il punto critico resta sempre lo stesso: l’area a caldo si avvia alla chiusura, ma le alternative industriali non sono ancora definite. Il Governo punta a costruire un piano straordinario raccogliendo contributi dagli enti locali e dal territorio, ma al momento non esiste un progetto concreto né una direzione univoca.
Il vertice romano procede dunque in un clima di forte preoccupazione: da una parte l’obbligo di spegnere gli impianti, dall’altra la necessità di immaginare un modello produttivo nuovo, capace di garantire occupazione e prospettive a una comunità che attende risposte rapide e credibili.

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