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Foto F. Manfuso

 

Nemmeno a Ferragosto Taranto ha trovato tregua. Le redazioni sono state inondate da comunicati, analisi e controanalisi sull’ex Ilva: chi invoca la chiusura, chi difende la continuità produttiva, chi parla di rilancio e chi teme l’ennesima illusione. Due giorni di voci sovrapposte, senza un vero segnale di distensione.


Si discute di amianto, polveri sottili, monitoraggi, limiti emissivi. Da una parte c’è chi denuncia rischi basandosi su scenari massimi; dall’altra chi chiede di giudicare lo stabilimento per ciò che produce davvero, non per ciò che potrebbe produrre. Il dibattito resta incagliato sempre nello stesso punto: la fabbrica come simbolo, più che come dato misurabile.

In mezzo a questo rumore, è arrivata una voce diversa. Durante l’Angelus, Papa Leone ha definito i Giochi del Mediterraneo una “profezia di pace”. Una frase che ha attraversato Piazza San Pietro e ha raggiunto Taranto come un dono inatteso. Non un semplice augurio, ma una direzione: lo sport come ponte, la competizione come fraternità, la città dei due mari come simbolo di riconciliazione.
Il presidente Ferrarese ha raccolto subito il messaggio, ricordando che i Giochi vogliono essere non solo una festa sportiva, ma un’occasione di dialogo e cooperazione tra i popoli del Mediterraneo, proprio in un momento geopolitico delicato.
E forse, proprio per questo, dovremmo fermarci un attimo.
Prima di surriscaldare un autunno che sarà già caldo di suo, prima di trasformare ogni tema in un fronte, proviamo a guardare ciò che la città sta mostrando: il bello, l’impegno, la capacità di rialzarsi. Gioiamo per ciò che Taranto è riuscita a costruire e per ciò che mostrerà nei prossimi mesi.
Perché a volte, per cambiare davvero direzione, basta scegliere di vedere anche la luce.

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