CRONACHE TARANTINE
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Taranto saluta un pezzo della sua storia. Accade oggi, 24 agosto, dalla Stazione Navale di Mar Grande, da dove verrà ammainata per l’ultima volta la bandiera del Garibaldi.
Non “nave Garibaldi”, ma semplicemente il Garibaldi: come si fa con le grandi navi che hanno un nome che basta da solo, come il Vespucci o il Vittorio Veneto. Un gesto solenne, con gli onori massimi, alla presenza del capo di Stato maggiore della Marina. Poi il saluto dell’ultimo comandante, il capitano di vascello Marco Guerriero, e gli ormeggi mollati. Destinazione: Indonesia, dopo una traversata di circa venti giorni.
Questa mattina, all’improvviso, nel cuore della città, le sirene hanno cominciato a suonare in mare. Si ascoltavano da ogni quartiere affacciato sul Mar Grande, come un richiamo profondo, quasi antico. Non tutti hanno compreso subito. Ma chi conosce il mare, chi vive Taranto e le sue navi, chi ha visto partire e tornare gli equipaggi, ha capito immediatamente: stava accadendo qualcosa di importante. Qualcosa che non si ripete spesso. Qualcosa che fa stringere il cuore.
Il Garibaldi, prima portaeromobili italiana, lunga 180 metri, arrivò a Taranto nel 1985. Per oltre quarant’anni ha portato in alto la bandiera nei mari del mondo, è stata nave ammiraglia fino al 2011, ha ospitato gli Harrier a decollo verticale e ha segnato l’ingresso dell’Italia nel mondo delle portaerei moderne. Un’unità simbolo, una nave che ha fatto scuola.
La sua partenza non è per una missione né per un ciclo operativo: è un addio. Dopo la cessione gratuita approvata dal Parlamento alla fine di aprile 2026 — valore stimato poco sopra i 54 milioni di euro — la nave, già in riserva dal 2024 per obsolescenza, inizierà una nuova vita sotto un’altra bandiera. L’Indonesia sosterrà tutte le spese del trasferimento, dal carburante al passaggio nel Canale di Suez. Per l’Italia, la cessione evita i costi di mantenimento, pari a circa 5 milioni di euro l’anno, e quelli di un’eventuale demolizione, quantificati in 18,7 milioni.
Per Taranto non è una nave qualunque. È una presenza familiare, la sagoma che i tarantini hanno visto crescere, cambiare, partire e tornare. È memoria, orgoglio, appartenenza. Il suo saluto è stato semplice, marinaro: sirene che risuonano, equipaggi schierati, un’ultima manovra verso l’uscita. Nessuna celebrazione altisonante, nessuna retorica. Solo il suono delle sirene e gli occhi lucidi di chi sa cosa significa vedere una nave “andare via”.
Il Garibaldi aveva già passato il testimone al Cavour, che oggi porta avanti la storia della Marina Militare. Ma il vuoto che lascia è reale, tangibile. Perché certe navi non sono solo acciaio: sono vita vissuta, sono ricordi che restano.
E mentre si allontanerà, con quel suono profondo, Taranto capirà che non era solo una nave. Era un pezzo della sua storia. Sarebbe stato bello trasformarla in un museo galleggiante, ma non è stato possibile.