CRONACHE TARANTINE
IL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE DI TARANTO
Nicola Convertino, presidente di AIGI, conferma la piena adesione dell’associazione all’appello lanciato da Cesareo: le imprese tarantine devono partecipare alla cordata per il futuro dell’ex Ilva. «Ieri, in assemblea straordinaria, è emersa una condivisione totale.
Cesareo ha avuto coraggio: ha chiamato a raccolta l’indotto, chiedendo senso di appartenenza e responsabilità. Sarebbe importante che questa apertura fosse abbracciata da tutto il mondo produttivo della città. Non possiamo restare spettatori di una partita che si gioca sul nostro campo».
Area a caldo e area a freddo: “Fermare tutto in 90 giorni è pericoloso”
Convertino giudica irrealistico e rischioso lo stop dell’area a caldo entro 90 giorni, come previsto dal decreto del Tribunale di Milano. «Chi ha scritto quel provvedimento non è mai entrato in fabbrica. Fermare un ciclo integrale è come piazzare un muro davanti a un treno che corre a 200 all’ora: gli impianti non si spengono premendo un pulsante. Il rimedio rischia di essere peggiore della cura».
Secondo AIGI, lo stop immediato genererebbe un doppio shock: ambientale, per le criticità legate alla fermata degli impianti, e sociale, con migliaia di lavoratori senza collocazione. «Dal 28 settembre avremmo uno tsunami: una bomba sociale. E senza sostenibilità economica non si può finanziare la transizione verso DRI e forni elettrici».
Convertino ribadisce che la sostituzione degli altoforni deve avvenire progressivamente, con l’avvio di un DRI e due forni elettrici. «Con le capacità delle imprese tarantine, lo abbiamo dimostrato nel “miracolo” dei Giochi del Mediterraneo: in quattro anni è possibile. Non è utopia, è realtà».
Una soluzione “solo area a freddo”, avverte, condannerebbe Taranto alla perdita della sua strategicità: «Senza acciaio primario e di qualità, il sito sarebbe fuori dalle rotte dell’economia industriale».
Indotto e capitale locale: “Siamo pronti, ma lo Stato deve fare la sua parte”
AIGI conferma la disponibilità dell’indotto a partecipare, pur con risorse limitate. «Serve il sostegno dello Stato, nelle forme consentite. Le bonifiche e la costruzione dei DRI devono essere eseguite dallo Stato. Sui forni elettrici non è ancora chiaro chi debba intervenire, ma l’acquisto sarà quasi a zero. Noi vogliamo esserci: non più con il cappello in mano, ma dentro la partita».
Il milione di Comes: “Segnale vero, non simbolico”
Convertino valuta positivamente l’impegno economico annunciato da Comes. «È l’unica cifra concreta sentita finora. Finora abbiamo ascoltato solo annunci da megagruppi che valevano un euro. L’appello di Cesareo è una chiamata alle armi del Sud: più sarà estesa, più la riconversione sarà condivisa».
Resta però indispensabile una regia nazionale forte, sia con la cordata del Nord sia con un eventuale allargamento agli interessi locali. «Lo Stato deve garantire bonifiche, smantellamenti e costruzione dei DRI, con il supporto di Invitalia, Fincantieri, Eni e Snam».
Il ruolo di AIGI: “Protagonisti attivi, non spettatori”
AIGI, insieme al tavolo permanente su Taranto e alle altre associazioni datoriali, rivendica un ruolo attivo. «Portiamo sui tavoli istituzionali la conoscenza diretta dei processi produttivi. Cerchiamo di fare da collante tra politica locale e nazionale, superando dissidi che complicano la vertenza».
Convertino denuncia una politica troppo impegnata in «perenne campagna elettorale» e auspica un approccio più responsabile: «Se la questione Ilva fosse trattata con extraterritorialità politica, si risolverebbe in tre anni».
Come evitare lo stop irreversibile dell’area a caldo
Per AIGI, l’unica strada è chiedere al giudice una sospensiva del decreto, alla luce del nuovo piano di decarbonizzazione presentato dopo la sentenza. «Serve un patto di rilancio serio, con il forte intervento dello Stato».
Condizione necessaria: che Regione e Comune chiariscano la loro posizione sull’acciaio a Taranto e si sfilino dal ricorso in audiuvandum.
Il rischio di uno stop definitivo
Convertino resta ottimista sulla costruzione dei DRI e dei forni elettrici, ma molto meno sulle bonifiche: «Senza autosostenibilità economica, le bonifiche in Italia sono un’utopia. Cementir, Belleli, Bagnoli: tutte aree rimaste così. E lì parliamo di superfici grandi come uno stadio, non come l’ex Ilva».