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Alberto Pratesi, già Project Management & Consulting, fu manager di Arcelor e presidente dell’Associazione Italiana Coil Coating, spiega come la crisi dell’ex Ilva non riguardi soltanto il destino dello stabilimento di Taranto.

Secondo Pratesi, la vera posta in gioco è il ruolo che l’Italia intende avere nella produzione e nella trasformazione dell’acciaio nei prossimi decenni. Una scelta che non è tecnica, ma politica, e che richiede di distinguere piani diversi, spesso tra loro in conflitto.
Ecco i passi principali della sua nota: 
“Per Taranto, e per l’intera siderurgia italiana, non si tratterà soltanto di decidere cosa fare dello stabilimento. Sarà necessario stabilire quale ruolo dovrà avere il Paese nella produzione e nella trasformazione dell’acciaio nei prossimi anni”.
Pratesi chiarisce che non è solo una questione industriale, ma una decisione strategica di Sistema Paese:

• nel brevissimo termine, disinnescare la bomba sociale;
• nel medio periodo, garantire acciaio competitivo alle filiere;
• nel lungo periodo, definire quale siderurgia vuole l’Italia.


La vicenda dell’ex Ilva si colloca su tre piani distinti.
A. Brevissimo termine: evitare l’esplosione della bomba sociale, salvaguardando quanta più occupazione possibile.
B. Medio termine: assicurare continuità e competitività alle filiere a valle, che richiedono acciaio a costi sostenibili — obiettivo che, per sua natura, implica una riduzione dei costi fissi e dunque della manodopera.
C. Strategia di lungo periodo: decidere se l’Italia debba limitarsi a produrre materiale standard oppure puntare su innovazione, qualità e crescita industriale.
Sono tre orizzonti che non si parlano: ciò che serve per A contrasta con ciò che serve per B, e ciò che serve per B non coincide con ciò che servirebbe per C. Una scelta, dunque, che può essere solo politica.
Il caso C — una siderurgia innovativa e competitiva — era praticabile dieci anni fa, quando Ilva era un’azienda sana, con impianti non obsoleti, bilanci in utile e quote di mercato solide. Pratesi ricorda come il Governo Monti, e in particolare il ministro Corrado Passera, non colse quella finestra strategica, concentrato su altre priorità. Da allora, debiti, perdite e rischio di insolvenza hanno reso quella strada non più percorribile.
Il caso B è oggi rappresentato dall’iniziativa di Federacciai, che punta a salvaguardare la filiera italiana mantenendo attiva l’area a freddo e importando bramme dall’estero. In questo scenario, la filiera è strategica, non la produzione primaria di Taranto.
Il caso A riguarda invece la città e i lavoratori: un tema di politica sociale, non di politica industriale. I sindacati lo hanno detto chiaramente: oggi la priorità è la sorte dei lavoratori, non il destino dell’azienda.

Sul tavolo ci sono quattro opzioni:

1. Jindal, che offre una visione strategica ma non necessariamente coerente con gli interessi del Sistema Paese.
2. Cordata italiana, soluzione solida per il caso B, che sarebbe ancora più efficace se integrata con il progetto Metinvest-Danieli. Ma la collocazione a Piombino risponde a logiche politiche che non coincidono con quelle industriali.
3. Flacks, già defilato.
4. CE Industries, che punta a integrare a monte i propri consumi e potrebbe privilegiare i propri interessi rispetto alle filiere italiane.
Questo è lo scenario. E la decisione, inevitabilmente, spetta al Governo”.

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