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La vertenza dell’ex Ilva entra nella fase più delicata degli ultimi anni.

Alla vigilia dei tre incontri convocati dal Governo a Palazzo Chigi, il quadro che emerge è quello di un territorio sospeso tra scadenze ravvicinate, numeri sempre più pesanti e una tensione sociale che cresce di ora in ora.

L’indotto, già provato da mesi di incertezza, vede salire a 4.200 i lavoratori potenzialmente coinvolti tra licenziamenti e cassa integrazione: ai 2.500 esuberi annunciati dalle imprese di Aigi si aggiungono i 1.700 stimati da Confapi, che fotografano un impatto drammatico nei settori della meccanica e dei trasporti.
Il Governo punta a frenare la valanga di licenziamenti, ma le imprese ricordano che il processo è già in corso da tempo, tra mancati rinnovi e aziende non rappresentate nelle principali sigle. La fermata dell’area a caldo prevista per fine ottobre e l’assenza di nuove risorse per garantire continuità produttiva aggravano ulteriormente la situazione, mentre a Milano si attende la decisione della Corte d’Appello sulla sospensiva, considerata decisiva per evitare lo stop immediato degli impianti.
In questo contesto, i sindacati arrivano al tavolo di Palazzo Chigi con una posizione netta: servono decisioni, non aggiornamenti. Le scadenze di settembre, la fine delle risorse per alimentare l’area a caldo e i migliaia di posti di lavoro in bilico rendono impossibile qualsiasi rinvio. Le sigle metalmeccaniche avvertono che la fermata degli impianti e i tagli nell’indotto rappresentano solo l’inizio di un impatto sociale che il territorio non è in grado di sostenere.
La richiesta è una linea chiara su continuità produttiva, investimenti e prospettiva industriale, con la necessità di un progetto capace di tenere insieme ambiente, salute e lavoro. Sul tavolo pesa anche la proposta di una nuova governance pubblica, mentre cresce la pressione per avviare i forni elettrici e disinnescare una crisi che rischia di travolgere l’intero sistema produttivo tarantino.
Il vertice di oggi arriva così in un momento decisivo: da una parte le scadenze che incombono, dall’altra la necessità di capire se esista ancora un percorso credibile per salvare l’acciaieria e il futuro di migliaia di famiglie. Taranto attende risposte, non promesse. E il tempo, ormai, è finito.

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