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Oltre 17mila lavoratori in cassa integrazione, la vertenza ex Ilva che si trascina da 14 anni, 307 portuali senza prospettive dal 2027, l'Arsenale ridotto a meno di un quinto degli occupati storici e 400 famiglie di mitilicoltori a rischio.

È il quadro tracciato dal coordinatore territoriale della UIL Taranto, Gennaro Oliva, che denuncia una città "affamata di lavoro" e invita la politica a sostituire gli slogan con interventi concreti.

«Taranto sta perdendo il lavoro, un pezzo alla volta, e con il lavoro sta perdendo la propria dignità». Parte da questa considerazione l'analisi di Gennaro Oliva, coordinatore territoriale della UIL, che punta il dito contro una crisi occupazionale che continua a colpire i principali comparti produttivi del territorio.
Secondo i dati richiamati dal sindacato, la provincia di Taranto concentra oltre la metà delle ore di cassa integrazione autorizzate in Puglia nel 2025. Su circa 30 milioni di ore complessive, quasi 16 milioni riguardano il territorio ionico, con oltre 14 milioni e mezzo di cassa integrazione straordinaria. Una situazione che, secondo la UIL, coinvolge più di 17mila lavoratori e le rispettive famiglie, sospesi tra ammortizzatori sociali e incertezza sul futuro.
Al centro delle preoccupazioni resta la vertenza dell'ex Ilva, aperta dal luglio 2012 e ancora senza una soluzione definitiva. Acciaierie d'Italia ha chiesto la proroga della cassa integrazione per 4.450 lavoratori, di cui 3.803 a Taranto. Numeri ai quali si aggiunge il vasto indotto che ruota intorno allo stabilimento e che porta il totale delle persone coinvolte a circa 20mila unità tra occupati diretti e indiretti.
Critica anche la situazione del porto. I 307 lavoratori ex TCT ancora impiegati nella Taranto Port Workers Agency beneficiano di un'indennità destinata a scadere il 31 dicembre 2026. «Se non arriverà una soluzione strutturale, centinaia di persone rischiano di ritrovarsi senza alcuna tutela economica», avverte Oliva, chiedendo di superare la logica delle proroghe temporanee.
Tra le vertenze aperte figura anche quella dell'Arsenale Militare. Dai circa 4.700 dipendenti civili del 1975 si è passati agli attuali 900. Una dotazione organica ben al di sotto del fabbisogno fissato dal Ministero della Difesa. «Nel presidio ionico mancano circa duemila lavoratori civili e gli straordinari non vengono pagati da mesi», denuncia il sindacalista.
L'allarme interessa inoltre il settore del mobile. La crisi Natuzzi, dopo gli accordi di cassa integrazione che coinvolgono oltre 1.700 lavoratori, ha avuto ricadute anche sul territorio tarantino attraverso il trasferimento di centinaia di dipendenti nello stabilimento di Laterza. Una situazione che continua a essere caratterizzata da forte incertezza occupazionale.
Accanto alle crisi industriali emerge anche l'emergenza della mitilicoltura. Le elevate temperature registrate nel Mar Piccolo hanno provocato una nuova moria del novellame, compromettendo le future produzioni. Secondo le stime richiamate dalla UIL, oltre 400 famiglie di mitilicoltori rischiano oggi di vedere compromessa la propria principale fonte di reddito.
Oliva punta infine l'attenzione sui ritardi nell'utilizzo delle risorse destinate alla transizione economica e industriale. Il Just Transition Fund, che assegna a Taranto la quota più consistente delle risorse italiane, e i finanziamenti collegati al PNRR, secondo il sindacato non starebbero ancora producendo effetti concreti sul fronte occupazionale.
«Non permetteremo che la campagna elettorale si consumi sulla pelle dei lavoratori», conclude il coordinatore UIL. «Taranto ha bisogno di risposte verificabili: tutele per chi rischia di perdere il lavoro, un piano industriale credibile per l'ex Ilva, il rafforzamento degli organici dell'Arsenale, sostegno alla mitilicoltura e l'attivazione reale dei fondi destinati alla riconversione del territorio. Questa città ha bisogno di lavoro vero, non di annunci».

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