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Il tempo scorre. E la decisione è attesa. Perchè può cambiare ancora una volta, in qualunque senso, la storia di una vicenda che si trascina da anni.

La Corte d'Appello di Milano, chiamata per la seconda volta a rispondere sul futuro dell'ex Ilva, potrebbe arrivare in qualunque momento. Annunciata - non ufficialmente - tra ieri e avant'ieri, difficile possa giungere nel week end. Com'è noto, stiamo parlando della nuova richiesta, da parte di AdI e Commissari, di bloccare lo spegnimento dell'area a caldo dello stabilimento siderurgico tarantino che proprio i giudici milanesi avevano decretato in precedenza, con l'alt fissato il prossimo 28 ottobre.
E tutti aspettano. In città restano le divisioni, tra chi si oppone e chi invece dice "basta" al mostro d'acciaio. Aspettano le Istituzioni locali per capire - pur fra mille e mille dichiarazioni in queste settimane - dove aggrapparsi per affrontare il possibile crollo occupazionale ed economico. In questo col cenno, seppur di lato, dei sindacati che qualcosa dovranno pur somministrare ai propri iscritti di fronte all'ipotesi di chiusura definitiva dell'area sotto accusa ex Ilva.
E aspettano i politici a vari livelli istituzionali per diramare opinioni sollecitando i propri uffici stampa. E aspetta il Governo, che tramite il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, continua a ripetere lo stesso ritornello: "Siamo in un labirinto giudiziario... abbiamo il decreto pronto... aspettiamo la decisione dei giudizi". 
E gli ultimi in ordine di tempo sono Silvano Simone Bettini, presidente di Federmeccanica nazionale, il quale invoca che "L’Ilva non deve chiudere, deve diventare un esempio per l’Europa di come produrre acciaio in modo rispettoso della salute e dell’ambiente", quasi fosse facile a questo punto della storia.
E poi la tesi di sempre di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil che, a Genova ieri, ha ribadito: “Come organizzazioni sindacali abbiamo avanzato una proposta precisa. Pensiamo che ci sia bisogno di un piano industriale che veda la presenza anche del pubblico, non solo del mercato, e che veda la presenza del pubblico per fare quegli investimenti che sono necessari a riconvertire le produzioni, la famosa decarbonizzazione”.
Insomma, tutto in mano ai giudici. Quando la politica non risolve, ecco che - se necessario - decide la magistratura. C'è da preoccuparsi su quel che deciderà la Corte d'Appello, visto il prolungarsi dei tempi per la sentenza? Difficile affermarlo: non si ha la sfera di cristallo. Certo è che questo ulteriore passaggio nelle aule giudiziarie - non l'ultimo, visto l'appuntamento in Cassazione il 20 ottobre - è uno step fondamentale per capire se il Paese dovrà inseguire una nuova politica industriale. Ma soprattutto se Taranto avrà un futuro differente. Un futuro sociale ed economico comunque incerto: in ballo c'è davvero tanto. Forse anche troppo.

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