CRONACHE TARANTINE
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Dopo oltre sessant’anni di grande industria, il territorio ionico continua a fare i conti con una debole presenza manifatturiera diffusa. Confartigianato invita a una riflessione sul modello di sviluppo seguito finora e sulla necessità di costruire filiere capaci di generare nuova impresa.
Per decenni la crescita industriale di Taranto è stata misurata attraverso i numeri della grande fabbrica: investimenti, occupati e tonnellate prodotte. Oggi, però, Confartigianato Taranto propone una diversa chiave di lettura, chiedendosi cosa sia realmente cresciuto fuori dai cancelli dei grandi stabilimenti che hanno caratterizzato la storia economica della città.
«Abbiamo prodotto milioni di tonnellate di acciaio, ma quante imprese abbiamo prodotto?». È l’interrogativo lanciato dal segretario generale di Confartigianato Taranto, Fabio Paolillo, che evidenzia come il capoluogo ionico registri appena 5,01 imprese manifatturiere ogni mille abitanti, un dato inferiore rispetto a realtà come Ravenna, Terni e soprattutto Brescia, dove il valore sfiora le dieci imprese ogni mille residenti.
Ancora più marcato il divario nella manifattura artigiana. Taranto, con 1.253 aziende e 2,29 imprese ogni mille abitanti, presenta il dato più basso tra i territori industriali analizzati dall’associazione.
«Per anni abbiamo guardato a ciò che cresceva dentro i grandi insediamenti industriali, prestando poca attenzione a ciò che nasceva e si sviluppava all’esterno», osserva Paolillo. Una riflessione che richiama anche studi economici del passato, nei quali veniva evidenziata la limitata capacità del grande polo siderurgico di generare un sistema produttivo autonomo e diffuso.
Secondo Confartigianato, il problema non riguarda esclusivamente l’ex Ilva, ma chiama in causa istituzioni, politica, programmazione economica e lo stesso sistema imprenditoriale. «Abbiamo difeso il lavoro esistente, ma non siamo riusciti a costruire abbastanza il lavoro che sarebbe servito quando quel modello fosse entrato in crisi», sottolinea il segretario.
Da qui l’invito a valutare i futuri investimenti non soltanto in base alle risorse impiegate o ai posti di lavoro diretti creati, ma anche in relazione alla capacità di generare filiere locali e nuove opportunità per le imprese del territorio.
«Taranto deve decidere quale economia intende costruire attorno ai nuovi insediamenti industriali. Le filiere non si aspettano: si progettano e si sviluppano prima. Il rischio, altrimenti, è cambiare industrie e investitori senza modificare realmente il modello di sviluppo», conclude Paolillo.