CRONACHE TARANTINE
IL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE DI TARANTO
Taranto ha risposto come in tanti forse hanno sottovalutato. Taranto ha risposto con il cuore. Uno schiaffo, anzi uno schiaffone alla politica che non risolve (o non vuol risolvere) e alle istituzioni locali, in particolar modo al Comune, reo d'essersi trincerato dietro l'accordo sottoscritto a Bari con la Regione Puglia e i sindacati, ritenuto ancora una volta l'ennesima beffa ai danni della città.
E la città, quella che non vuole piegarsi alle logiche del profitto e all'innarestabile scia di dolore, era presente. E massicciamente. Perchè, pur non essendoci cifre ufficiali, la marea di persone che ha sfilato da Piazzale Democrate fino al centro della città, a Piazza Immacolata, può stimarsi in almeno diecimila presenze. Fors'anche qualcosa di più.
Appunto, uno schiaffone a chi credeva che l'anima di chi non si piega e anzi vuol ribellarsi, appartenesse a pochi intimi, ai sopravvissuti delle grandi manifestazioni del 2008, del 2009 e del 2010, quell'Altamarea che già allora urlava a gran voce di smetterla con inquinamento e morti, con lavoro precario e pericoloso. Già allora si chiedeva e si sognava una città diversa, finalmente libera dal gigante d'acciaio. E oggi più che mai si chiede di porre fine a un legame il cui prezzo pagato - e ancora si paga - è altissimo.
Nel mirino dei manifestanti ci sono un po' tutti i protagonisti dell'intera vicenda ex Ilva: i politici nazionali, quelli locali, i sindacalisti, gli industrialisti. "Salis e Meloni: il vostro abbraccio è la nostra lotta", recitava uno striscione appeso su un palazzo affacciato sul Mar Grande. Si chiede una vera riconversione, chiusura dello stabilimento e bonifiche, "che darebbero lavoro" a tanti, anche e soprattutto a quelli che dalla fabbrica oggi raccolgono incertezze: economiche e nel fisico.
Ma anche la sosta simbolica in Piazza Castello, dove c'è quel palazzo in cui sembra non voler esserci spazio per il desiderio della gente di voltar pagina. Quel Palazzo di città chiuso, sigillato, quasi a segnare il totale distacco tra la politica di casa nostra e la gente che sfila, che spera ancora, che non vuole arrendersi. E che spera in una Taranto diversa. In quel luogo istituzionale ha lottato fino all'ultimo contro le logiche inquinatorie e inquinanti Massimo Battista, ricordato a gran voce dai manifestanti proprio nella piazza e davanti al palazzo che dovrebbe essere la casa dei cittadini. E che invece resta sbarrato, chiuso a non voler ascoltare.
Nel corteo lungo, lunghissimo, infinito non ci sono - come in molti speravano - solo i comitati e i loro attivisti. No, nient'affatto. C'erano famiglie, bambini, disabili, professionisti, operai, tanti giovani: non c'è differenza di classe, perchè il sacrificio di una città coinvolge tutti. Taranto non ha inferito, anzi con la sua luce, il suo tramonto e la dolcezza del suo mare ha accompagnato i suoi figli. Quasi a voler dire "sono sempre qui, possiamo far tante cose insieme", 'madre' la cui bellezza neppure i veleni riescono a scalfire.
Sì, erano davvero in tanti. Anche qualche politico diciamo indigesto. C'era Diodato, che non ha avuto bisogno di far "rumore": è bastata la sua presenza mischiato fra la gente per ribadire ancora una volta, semmai ce ne fosse stato bisogno, quanto sia impegnato in questa causa.
La voglia di urlare, di esprimere rabbia seppur in modo composto (un corteo ordinato, va detto: se ne vedono così pochi in giro...), non ha fatto dimenticare la data del 20 ottobre, quando la Corte di Cassazione si esprimerà sulla decisione della Corte d'Appello di Milano che ha decretato lo spegnimento dell'area a caldo dell'ex Ilva. C'è preoccupazione, certo, sul giudizio degli ermellini. Qualcuno mormora che "la politica potrebbe influenzare i giudici della Suprema corte". Qualcun altro esprime fiducia.
Però Taranto ha lanciato un messaggio accorato, passionale, chiaro: "basta!" con quella fabbrica, con le morti sul lavoro e per l'inquinamento. E "basta" con il sacrificio di una città intera.
Taranto ha risposto da sola. "Taranto torna a vivere". E semmai qualcuno avesse scommesso il contrario, beh... scommessa persa.