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Quando a decidere è la magistratura, allora la politica ha fallito. E preoccupa. La sentenza della Corte di Cassazione che conferma lo stop all’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, è l’ultimo esempio di quanto inutili e velleitarie siano stati i ripetuti interventi dei vari Governi per salvare l’insalvabile.

Quella fabbrica stava cadendo a pezzi da anni, fors’anche da oltre un decennio (ad esser buoni…), e soltanto la politica – ma anche il sindacalismo e gli industriali dal profitto facile, nonché gli abili gattopardi – hanno creduto in un futuro fatto d’acciaio alla vecchia maniera, magari spazzolato giusto per ripulirlo un po’. Un look diverso ma sotto sotto la stessa anima perversa e devastante per tener buoni, anzi sotto ricatto migliaia di lavoratori e l’economia depressa di una città, di un territorio.
Non nasce tutto nel luglio del 2012, quando deflagrò l’inchiesta ‘Ambiente Svenduto’. La città cominciava a sentir odori bruciati anni prima: troppi i corpi feriti, troppe le morti che insinuavano sospetti sui veleni delle ciminiere. E la presa di coscienza di tanti cittadini, allora, prendeva sostanza sfociando in manifestazioni a dir poco oceaniche, anzi da... Altamarea, alcuni anni prima di quell’inchiesta. Incalzare le Istituzioni, in quella fase, attraverso denunce e l’accumulo di dati scientifici sembrava impossibile. Nemmeno lo Studio Sentieri (lo Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento), la mappatura commissionata già dal 2007 dal Ministero della Salute, in cui veniva certificata, tra le altre, questa terra come dilaniata dall’inquinamento industriale, riusciva a fermare la voglia onnivora del profitto a tutti i costi. E a qualunque prezzo.
Esposti, denunce, manifestazioni, impegni fallaci hanno attraversato finora quest’epoca tutta tarantina molto confusa e incerta. Anzi, con un’unica certezza: il ricatto tra lavoro e salute, che ha provocato danni non soltanto nei corpi e nell’economia, ma anche e soprattutto nella comunità, sempre più divisa – e lo è tuttora – nella contrapposizione tra chi vuole la fabbrica aperta (adesso s’invoca l’acciaio green) e chi non accetta più fumi e ferite.
E qui arriva il fallimento di quanti hanno inseguito la chimera di uno stabilimento più pulito salvando il salvabile e i livelli occupazionali. Uno stabilimento più pulito sulla carta, almeno stando alle sentenze negative della magistratura e all’interminabile mole di dati scientifici, che nella realtà. Perchè – ed è qui il fallimento della politica – nessuno mai ha avuto il coraggio di affrontare la verità e impostare per davvero un piano concreto sostenibile (se ne fosse esistito uno...), con la giustificazione di interventi della magistratura, di gestori che hanno compromesso le casse dell’azienda (e le recenti inchieste stanno portando alla luce la gestione allegra di chi, magari non tutti, ha banchettato), di vendite dei compendi aziendali tutte da verificare (l’8 novembre se ne saprà qualcosa di più) e di risposte al bisogno di lavoro che hanno distorto la visione di una Taranto diversa per davvero, mai più legata al mostro d’acciaio e finalmente libera.
Cosa accadrà ora? C’è un vuoto, sia chiaro. Che è quello di migliaia di lavoratori che non sanno quale sarà il loro destino, e di conseguenza di un tessuto socio-economico già in crisi da tempo che potrebbe collassare del tutto. Davvero gli impegni assunti dal Governo con i sindacati sono la risposta, e cioè la trasformazione della fabbrica con DRI e forni elettrici, l’arrivo di imprese a diversificare e la vendita di quel che rimane dell’ex Ilva, oltre alle tutele a tempo per i lavoratori (facile immaginare a un bel po’ di esuberi in arrivo...)?
Gli impegni non significano certezze. Perchè occorrono risorse ingenti, e finora lo Stato negli anni (qualcuno dimentica che la fabbrica è nelle sue mani da tempo...) ha speso un bel po’ di miliardi: saprà rastrellarne altri? E le bonifiche, se ne può parlare seriamente oppure resta uno slogan per accattivare? Perchè anche in questo caso occorrono risorse non trascurabili per aree che verranno dismesse e non solo: sarebbe il minimo per risarcire una città nei decenni devastata dal consumo industriale dell’ambiente. E non andiamo oltre, perché l’elenco dei danni è assai lungo.
Riflessione finale. Taranto ha una opportunità enorme. Scegliere di ricostruirsi, seppur nel tempo e fra mille difficoltà. Tornando comunità, lasciando da parte le divisioni. E, soprattutto, evitare di lasciarsi nuovamente ammaliare dai pifferai di professione. Ne sarà capace?

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