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L'avvocato Egidio Albanese, noto avvocato penalista, patrocinante in Cassazione ed esponente della vita civica e politica di Taranto, ha le idee chiare: “La sentenza tutela salute e diritti, ma non può sostituirsi alle istituzioni. Ora servono risposte concrete per lavoratori, imprese e cittadini.


Per Taranto la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione rappresenta un passaggio decisivo. Il suo significato, tuttavia, non può esaurirsi nella contrapposizione tra chi la considera una vittoria e chi teme di perdere il lavoro. Dentro questa vicenda ci sono famiglie, quartieri, imprese, operai. C'è una comunità che ha il diritto di sapere come vivrà domani.Con la sentenza n. 28087, pubblicata il 29 ottobre 2026, le Sezioni Unite civili hanno rigettato i ricorsi contro il provvedimento della Corte d'Appello di Milano che dispone la sospensione dell'attività produttiva dell'area a caldo dell'ex Ilva. Resta quindi confermata una decisione adottata a tutela della salute, con particolare riferimento all'amianto e alle polveri sottili.Su un punto, però, occorre evitare semplificazioni. La sospensione confermata dai giudici non coincide con una chiusura definitiva e irreversibile. La stessa decisione contempla la possibilità di una ripresa dell'attività subordinata alla rimozione dell'amianto e all'adozione delle misure necessarie per riportare le emissioni entro condizioni di sicurezza, nel rispetto delle procedure ambientali previste dalla legge.Il principio affermato dalla Corte resta comunque netto: il lavoro da tutelare deve essere salubre e sicuro. La difesa dell'occupazione non può tradursi nell'accettazione di condizioni incompatibili con diritti fondamentali come la salute e la sicurezza.È da questo punto che deve ripartire la politica. Una sentenza può imporre il rispetto dei diritti, ma non può finanziare una riconversione industriale, creare nuove imprese, sostenere le famiglie, organizzare la formazione professionale o restituire prospettive ai giovani. Queste responsabilità appartengono al Governo, alla Regione e agli enti locali.Attribuire alla magistratura l'incertezza occupazionale sarebbe una scorciatoia. La domanda da rivolgere alle istituzioni è un'altra: quali alternative sono state predisposte per affrontare un esito giudiziario che imponeva, comunque, di misurarsi con la sostenibilità della produzione?Ora serve un programma pubblico chiaro, nel quale ogni impegno sia accompagnato da risorse, tempi certi e soggetti responsabili. La parola "transizione", da sola, non paga una bolletta, non garantisce uno stipendio e non assicura una commessa alle imprese dell'indotto.La prima urgenza è proteggere le persone. I lavoratori dello stabilimento e quelli delle aziende collegate devono avere garanzie sul reddito, informazioni comprensibili e percorsi occupazionali credibili. Anche l'indotto ha bisogno di risposte immediate, perché dietro ogni appalto ci sono investimenti, professionalità e famiglie che rischiano di essere travolti.Allo stesso tempo va affrontato seriamente il tema delle bonifiche. Possono rappresentare un'opportunità di lavoro qualificato e consentire la restituzione di aree oggi compromesse alla città. Sarebbe però poco onesto sostenere che possano assorbire automaticamente tutti i posti di lavoro coinvolti dalla crisi.Anche un eventuale futuro siderurgico dovrà essere valutato attraverso dati verificabili: tecnologie impiegate, fabbisogni energetici, impatto sanitario, investimenti necessari, tempi di realizzazione e livelli occupazionali previsti. Definire un impianto "verde" non basta a dimostrarne la sostenibilità. Servono verifiche indipendenti e risultati misurabili.Taranto deve inoltre costruire un'economia più ampia e diversificata. Porto e logistica, economia del mare, ricerca, piccole e medie imprese, patrimonio culturale e turismo devono diventare pilastri di una strategia di sviluppo capace di attrarre investimenti e generare occupazione stabile.Comune e Regione devono esercitare un ruolo concreto: avanzare proposte, pretendere impegni dallo Stato, rendere pubblici i risultati e coinvolgere la comunità nelle scelte. Ai cittadini va riconosciuto il diritto di conoscere, valutare e controllare ciò che viene promesso.Da tarantino considero inaccettabile che il futuro della città continui a essere raccontato come una scelta obbligata tra salute e stipendio. Chi chiede aria pulita e chi teme di perdere il lavoro appartengono alla stessa comunità. La politica ha il dovere di dare risposte a entrambi.La sentenza della Cassazione fissa un limite che le decisioni pubbliche non possono ignorare. Adesso occorre costruire, entro quel limite, una prospettiva economica e sociale credibile.Taranto ha diritto di respirare, di lavorare e di restare unita. Rendere possibile tutto questo è il compito che spetta alle istituzioni”.

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