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Il prossimo 8 novembre scade il termine per la presentazione delle offerte per acquisire l’ex Ilva. In campo ci sarebbero tre potenziali acquirenti: il gruppo indiano Jindal Steel, l’americano Flacks e la cordata italiana guidata da Federacciai (circa 14 le aziende).
Ma chi sono? Proviamo a fare un giro sulla rete e capire meglio di chi si tratta.
Jindal Steel è uno dei principali produttori siderurgici integrati dell'India, rinomato per le sue dimensioni, l'efficienza e l'impegno verso l'eccellenza, come si legge sul sito ufficiale. Operando secondo un solido modello "dalla miniera al metallo", l'azienda sfrutta risorse interne, capacità produttive avanzate e una rete di distribuzione globale per fornire soluzioni siderurgiche ad alte prestazioni.
Con un portafoglio di investimenti superiore a 12 miliardi di dollari, Jindal Steel gestisce impianti all'avanguardia ad Angul, Raigarh e Patratu e mantiene attività strategiche in India e in Africa. Il suo portafoglio prodotti diversificato e orientato al futuro è alla base di settori chiave come le infrastrutture, l'edilizia e la produzione, promuovendo il progresso attraverso la solidità e la sostenibilità. L’attuale presidente è Naveen Jindal.
Negli ultimi mesi, il gruppo indiano Jindal ha annunciato e avviato importanti piani di espansione e investimenti strategici. Nel luglio 2026, il Naveen Jindal Group ha annunciato un piano d'investimento superiore a 70.000 crore di rupie (circa 6,42 miliardi di euro) nello Stato del Jharkhand, destinando oltre 3,67 miliardi di euro al settore siderurgico e prevedendo la creazione di circa 10.000 nuovi posti di lavoro diretti.
In Europa, nel settembre 2025, Jindal Steel International (entità privata del gruppo) ha presentato un'offerta non vincolante per l'acquisizione della divisione siderurgica europea di ThyssenKrupp, con l'obiettivo di destinare miliardi di euro allo sviluppo dell'acciaio verde.
Nel luglio 2025, la società ha firmato un memorandum d'intesa con il governo del Chhattisgarh, sempre in India, per un maxipiano da 12,13 miliardi di dollari comprendente un nuovo impianto siderurgico greenfield da 7,5 milioni di tonnellate all'anno, tre centrali termoelettriche e impianti fotovoltaici.
In Oman, il gruppo ha dichiarato l'intenzione di espandere ulteriormente la propria presenza e i propri investimenti (già superiori ai 3 miliardi di dollari) puntando a portarli tra i 7 e gli 8 miliardi di dollari complessivi.
Per l’ex Ilva la strategia sarebbe quella di rendere piccolo lo stabilimento siderurgico di Taranto, abbandonando in ogni caso la produzione a caldo. Quindi, facile immaginare che ci sarebbe un ridimensionamento dei livelli occupazionali.
Per concludere, il patrimonio netto di Jindal Steel (Jindal Steel & Power Limited) è pari a circa 537.150,80 milioni di rupie indiane (INR) secondo gli ultimi dati di bilancio trimestrali, cioè poco meno di 6 miliardi di dollari.
Chi sembrava uscito di scena era la Flacks Group, società americana di investimento privata specializzata in situazioni particolari. Fondata nel 1983, con oltre 40 anni di esperienza e una presenza globale, promette “uscita rapida e sicura per la reputazione, acquistando beni complessi ‘così come sono’, senza condizioni di finanziamento, senza dichiarazioni o garanzie e con la massima riservatezza”, così come scrive sul sito ufficiale.
“Acquistiamo e possediamo immobili industriali e commerciali datati in tutto il mondo, soprattutto in contesti in cui tempistiche e complessità sono cruciali. Acquistiamo ‘nello stato in cui si trovano’, spesso in situazioni di difficoltà finanziarie o con problematiche pregresse come sversamenti di sostanze chimiche, rifiuti pericolosi abbandonati, amianto o altre contaminazioni. A seconda dei casi, interveniamo per stabilizzare, dismettere, riconvertire o perseguire usi a basso impatto ambientale”, è in sostanza la mission del gruppo americano.
Presidente e fondatore è Michael Flacks, che proprio negli ultimi giorni ha ribadito quanto il gruppo sia pienamente operativo nella trattativa e pronto a sostenere il progetto industriale presentato alle istituzioni, puntando fortemente sugli investimenti nei forni elettrici a Taranto. Il gruppo, va detto, ha confermato la propria disponibilità, legata però a un confronto diretto con il Governo e a richieste di supporto finanziario (tra cui un'ipotesi di prestito statale legata alla complessa ristrutturazione dell'impianto, pare di un miliardo di euro secondo certe fonti).
E quale sarebbe il possibile piano industriale? La proposta è la produzione di acciaio tramite forni elettrici. Il piano si inserisce poi in un quadro che vede il coinvolgimento e il dialogo aperto con colossi dell'impiantistica e della siderurgia come Metinvest e Danieli. Altro obiettivo è quello che mira a sfruttare e riconvertire le aree dismesse dello stabilimento per inserire le nuove linee produttive, cercando di coniugare la tutela ambientale con la salvaguardia dell'occupazione territoriale.
Il Flacks Group gestisce e possiede un patrimonio complessivo stimato in oltre 4 miliardi di dollari in asset globali.
Infine, la cordata italiana guidata da Federacciai, che proprio ieri, attraverso il presidente dell’organizzazione datoriale Antonio Gozzi, ha smentito il passo indietro, in vista dell’8 novembre. Insomma, solo allora si saprà se la cordata presenterà la sua offerta oppure mollerà la presa.
Secondo le ricostruzioni fatte nei giorni scorsi, in questo sodalizio tricolore ci sono tutti i big della siderurgia italiana. Si va da giganti come Marcegaglia (6,8 miliardi di fatturato nel 2025) e Arvedi (5,5 miliardi nel 2025). Ma ci sarebbe anche Abs-Acciaierie Bertoli Safau, cioè la divisione siderurgica del gruppo Danieli. Ci sono anche il gruppo Pittini, le venete AFV Acciaierie Beltrame e Acciaierie Venete, così come Duferco (del presidente Gozzi), Feralpi Siderurgixa, poi ancora Alfa Acciai, Advanced Steel Solutions del gruppo Asonext, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding e Ori Martin.
Condizioni del gruppo poste al Governo? La presenza dello Stato e nessun socio straniero.