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In un dibattito pubblico sempre più acceso sulla riforma della Giustizia, la voce di Massimo Brandimarte – già presidente del Tribunale di Sorveglianza di Taranto e tra i più convinti sostenitori del “Sì” al referendum – si distingue per chiarezza e nettezza.

Magistrato di lungo corso, Brandimarte affronta il tema senza giri di parole: per lui la riforma non è una rivoluzione, ma il completamento di un percorso costituzionale rimasto sospeso per decenni. Con lui abbiamo analizzato i punti più controversi della consultazione, dal sorteggio per il Csm alla separazione delle carriere, fino all’impatto che la riforma potrebbe avere sulla percezione dei cittadini e sulla qualità della giurisdizione.

Dott. Brandimarte, lei sostiene il Sì: quali sono, a suo giudizio, i punti del referendum che possono davvero rendere la giustizia più trasparente, efficiente e comprensibile ai cittadini?

«Il primo elemento è la trasparenza ma prima ancora c’è un dato fondamentale: questa riforma non stravolge la Costituzione, la completa. Come ha ricordato più volte Sabino Cassese, si tratta di un’attuazione, non di una rivoluzione. Il vero completamento consiste nel proclamare in modo esplicito un nuovo diritto costituzionale del cittadino: essere giudicato da un giudice terzo e imparziale. Questo diritto è già presente nell’articolo 111 ma qui viene finalmente messo al centro.

La riforma ha una testa e un cuore: la testa è la separazione delle carriere, il cuore è il sorteggio. Sono strumenti che rendono più chiaro il ruolo del giudice e del pubblico ministero e rafforzano la percezione di imparzialità».

Il sorteggio per il CSM può ridurre correntismi e autoreferenzialità. Perché considera questa misura un passo avanti?

«Il sorteggio è l’unico rimedio davvero efficace per spezzare il cordone ombelicale che per decenni ha alimentato raccomandazioni e scambi di favore tra correnti dell’Anm e Csm. Non elimina l’associazionismo – e non deve farlo, perché la libertà di associazione è sacrosanta – ma elimina il condizionamento sulle nomine. Il CsmM, sin dal 1948, è stato chiamato “superiore” per ragioni storiche legate alla fine del fascismo, quando tutto doveva essere rappresentanza. Ma in realtà non è un organo superiore alla magistratura, che per Costituzione è autonoma e indipendente. Il sorteggio restituisce il Csm alla sua funzione originaria: occuparsi della gestione amministrativa e delle risorse umane, non essere un organo politico o sindacale. Quanto ai membri laici, la preselezione serve solo a garantire competenza e distribuzione territoriale: non è un modo per far scegliere al Parlamento “i propri uomini”. È un meccanismo tecnico, come avviene già per commissioni universitarie, concorsi pubblici e perfino per le nomine ospedaliere».

I contrari temono un indebolimento dell’indipendenza della magistratura. Perché ritiene che queste preoccupazioni siano infondate?

«Non c’è alcun indebolimento. Anzi, il Csm torna alla sua natura originaria: non governa la magistratura, perché la magistratura non è governabile da nessuno essendo un ordine autonomo.

Chi parla di “rappresentanza” nel Csm dimentica che, se fosse così, i candidati dovrebbero presentare programmi e gli eletti diventerebbero portatori di interessi particolari. Sarebbe assurdo.

In molti Paesi europei – Germania, Inghilterra, Galles – un organo come il Csm nemmeno esiste. In altri, come Spagna e Polonia, i membri sono eletti dal Parlamento. Il nostro sistema, con il sorteggio, è più moderno. Il vero rischio per l’indipendenza non è la riforma ma il sistema attuale dove magistrati che hanno fatto lo stesso concorso, iscritti alle stesse correnti, finiscono per diventare “fratelli siamesi”. È ora di separarli».

Secondo i promotori del Sì, il sistema attuale soffre di rigidità e scarsa responsabilità interna. In che modo il referendum potrebbe correggere queste criticità?

«La riforma colloca il cittadino su un gradino più alto rispetto alle parti processuali e mette il pubblico ministero davvero sullo stesso piano della difesa. È un riequilibrio che aumenta la responsabilità di tutti gli attori del processo. Già nel 1919 Giacomo Matteotti scriveva che era assurdo considerare il pubblico ministero un organo dello Stato e allo stesso tempo una parte del processo. La separazione delle carriere chiarisce finalmente questo nodo. Un giudice più autorevole, perché percepito come terzo, saprà imporre tempi e ordine alle parti. Vorrei sentire un giudice dire al Pm: “Ha un quarto d’ora per presentare gli elementi d’accusa, altrimenti archivio”. E un Pm rispondere: “Sì, vostro onore”. Questo è equilibrio, non rigidità.»

Molti cittadini percepiscono la giustizia come lenta e distante. Il referendum può incidere su questi problemi o serviranno altri interventi?

«La lentezza è un problema reale ma non dipende dall’ordine costituzionale della magistratura. Dipende dalle metodiche di lavoro, dall’organizzazione, dalla cultura professionale. Nessuna legge può risolvere tutto con una bacchetta magica. Aumentare il numero dei magistrati non serve se il metodo resta lo stesso: si rischia solo di avere più magistrati lenti. Questa riforma, però, può incidere indirettamente: un giudice più autorevole e più terzo saprà imprimere un ritmo diverso al processo. Garantire al cittadino un giudice imparziale significa anche proteggerlo dai mali della mala giustizia. È un passo avanti culturale prima ancora che tecnico».

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