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Un referendum che promette di “riformare la giustizia” ma che secondo molti rischia di riscrivere gli equilibri costituzionali.

Nell’intervista che segue, il dottor Maurizio Carbone, componente del Consiglio superiore della magistratura, spiega perché il suo No non è una posizione di principio, ma un allarme istituzionale: dal sorteggio dei magistrati alla nuova Alta Corte disciplinare, fino al ruolo crescente della politica nell’autogoverno delle toghe. Un’analisi lucida e diretta, che invita a guardare oltre gli slogan e a interrogarsi su cosa significhi davvero tutelare l’indipendenza della magistratura in una democrazia.

Lei sostiene il No: quali aspetti del referendum ritiene più pericolosi per l’indipendenza della magistratura e per l’equilibrio tra i poteri dello Stato?

«Questa riforma utilizza il tema della separazione delle carriere, che poteva essere realizzata con legge ordinaria, come pretesto per modificare gli equilibri costituzionali incidendo in modo sostanziale sul principio di separazione dei poteri. In particolare la riforma   indebolisce il ruolo del CSM quale organo previsto dai padri costituenti a garanzia dell’autonomia e indipendenza della magistratura, quale indefettibile presupposto per assicurare l’ uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. In particolare si prevede un diverso e squilibrato sistema di nomina dei componenti laici e togati che compongono il CSM. I magistrati verrebbero estratti a sorte tra tutti i magistrati, mentre i membri laici continueranno ad essere scelti dalle maggioranze parlamentari secondo logiche politiche. Un sistema che finisce inevitabilmente per indebolire la componente dei magistrati, a vantaggio di quella politica».

I contrari temono che l’introduzione del sorteggio per la composizione del Csm e la creazione dell’Alta Corte di Giustizia possano indebolire l’autogoverno della magistratura. Perché, secondo lei, queste due misure rappresentano un rischio concreto?

«L’attuale composizione del Consiglio superiore prevede la presenza di 20 magistrati (15 giudici e solo 5 Pm.) eletti dai magistrati tra più candidati e da 10 membri laici eletti dal Parlamento in seduta comune tra professori universitari e avvocati. Come detto la riforma invece introduce due Csm, uno per i giudici e un altro per i Pm, i quali non verranno più scelti con elezioni libere e democratiche dal corpo elettorale dei magistrati ma estratti a sorte tra tutti i magistrati in servizio. Un sistema  chiaramente antidemocratico ancora più preoccupante laddove la riforma prevede un diverso metodo di selezione dei componenti laici, che verrebbero invece sorteggiati all’ interno di una lista di candidati (avvocati e professori universitari) ben individuati dalla maggioranza parlamentare, così realizzando un evidente squilibrio tra le due componenti: da un la lato la politica che sceglie i propri rappresentanti secondo logiche politiche; dall’ altro i magistrati scelti a caso. La riforma inoltre sottrae al Consiglio superiore la funzione disciplinare che verrebbe affidata ad altro organismo - l’Alta Corte disciplinare - a composizione mista, in parte di nomina elettiva ed in parte di sorteggiati, con modalità ancora non ben individuate che verranno definite solo successivamente con legge ordinaria ma che allo stato non assicurano la prevalenza dei magistrati all’ interno dei collegi giudicanti. Questo sistema disciplinare, previsto unicamente per la magistratura ordinaria, costituisce una ulteriore evidente forma di condizionamento della magistratura, che ne mette a rischio l’indipendenza dagli altri poteri».

Secondo molti magistrati, le riforme proposte rischiano di aumentare l’influenza della politica sulla giustizia. In che modo, concretamente, questo potrebbe accadere?

«Il diverso sistema di composizione del Consiglio superiore come sopra descritto  finisce inevitabilmente per indebolire la componente dei magistrati, a vantaggio di quella politica, svilendo il ruolo del Consiglio superiore, così come delineato dalla Costituzione a garanzia del principio di separazione dei poteri. Una politica che prevale nell’organo di governo della magistratura produce un evidente condizionamento della magistratura al potere politico».

C’è chi teme che il referendum possa indebolire l’azione penale e rallentare le indagini. Quali effetti reali potrebbe avere sulla quotidianità delle procure?

«L’azione quotidiana degli uffici di Procura è stata già da tempo indebolita da interventi legislativi che hanno reso più complesse le indagini in materia di delitti contro la Pubblica amministrazione: si pensi all’ abrogazione del reato di abuso di ufficio o alla stretta sulle intercettazioni. Questa riforma che indebolisce  l’ autonomia della magistratura rispetto al potere  politico per i motivi già indicati nelle precedenti risposte  finisce pertanto per rendere l’azione della magistratura ancora più debole nei confronti dei poteri forti. Il principio di autonomia e indipendenza della magistratura è oggi assicurato dalla Costituzione al fine di rendere effettivo il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Con una riforma che altera a favore della politica l’attuale sistema di equilibrio tra poteri dello stato, risulta molto più difficile pensare che un magistrato possa fare indagini o processi nei confronti di poteri forti con la necessaria serenità e senza condizionamenti. Non è un caso che ogni volta che un magistrato assume decisioni non gradite al potere politico diventa bersaglio di attacchi mediatici anche da parte di chi ricopre importanti cariche istituzionali».
Se il referendum venisse bocciato, quali riforme riterrebbe comunque necessarie per migliorare il sistema giudiziario senza comprometterne l’autonomia?

«Questa riforma non affronta nessuno dei problemi strutturali della giustizia, primo tra tutti quello della eccessiva durata dei processi, come riconosciuto dagli stessi promotori e sostenitori del SI.  Non è una riforma della giustizia ma una riforma della magistratura per minarne la sua autonomia. La giustizia richiederebbe interventi strutturali e processuali di ben altro tipo per migliorare il suo funzionamento, senza trascurare la drammatica situazione del sistema carcerario, ben lontano dall’assicurare effettività al  principio costituzionale della finalità rieducativa della pena. Occorrerebbe investire in strutture e risorse umane ed invece questa riforma con la creazione di due Csm comporterebbe solo un ulteriore duplicazione dei costi (oggi l’unico Csm costa circa 50 milioni di euro l’anno)».

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