CRONACHE TARANTINE
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È Gianni Liviano – già consigliere regionale, oggi presidente del Consiglio Comunale di Taranto, e tra i promotori della legge speciale per Taranto – a riflettere sul significato profondo che i Giochi del Mediterraneo hanno avuto per la città e sul rischio che questa esperienza resti un episodio isolato, privo di ricadute reali.
Una lettura che parte dalla storia economica tarantina e arriva al presente, ponendo una domanda decisiva: cosa resterà dopo i quattordici giorni di festa?
Taranto e le sue “cattedrali nel deserto”.
Liviano richiama l’interpretazione dello storico Roberto Nistri, che definiva Arsenale e Italsider come “cattedrali nel deserto”: grandi motori economici nati da decisioni esterne, frutto di scelte del Governo nazionale e non della comunità locale. Colossi capaci di portare ricchezza e lavoro, ma anche recessione e dipendenza, perché legati a dinamiche esogene – la guerra per l’Arsenale, il mercato internazionale dell’acciaio per l’Italsider.
La città, osserva Liviano, non è mai stata davvero artefice del proprio destino. Non ha costruito un indotto autonomo, non ha diversificato il rischio, non ha sviluppato una strategia endogena capace di renderla indipendente dalla salute dei grandi insediamenti industriali.
E i Giochi cosa c’entrano?
Secondo Liviano, anche i Giochi del Mediterraneo seguono la stessa logica: non sono nati da un percorso bottom up, come lui stesso auspicava quando contribuì alla legge speciale per Taranto, ma da una decisione top down, affidata a una gestione commissariale.
La città non ha scelto se e come organizzare l’evento: ha assistito, commentato, applaudito o criticato, godendo di quattordici giorni di quella che definisce “bellezza artificiale”.
Ora però la festa finisce, e Taranto si ritrova davanti a un bivio.
Dopo i Giochi: un’occasione o un’altra cattedrale?
La domanda centrale è semplice: cosa resterà?
Se resteranno solo impianti, fotografie, ricordi e quattordici giorni di splendore effimero, i Giochi saranno stati un’altra grande cattedrale nel deserto.
Se invece la città saprà trasformare questa esperienza in un nuovo modo di percepirsi, raccontarsi e immaginare il proprio futuro, allora l’evento avrà davvero generato valore.
La sfida: costruire percorsi endogeni.
Per Liviano, la strada è chiara: Taranto deve svegliarsi dal “sonno eterno della molle Tarentum” e cogliere l’occasione per ripensare il proprio modello di sviluppo.
Servono percorsi endogeni, scelte politiche coraggiose, una visione condivisa.
«Spetta alla politica attivarli – conclude – speriamo di esserne tutti all’altezza».