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Oddio, il Taranto ha pareggiato. Ecco, non vinciamo nemmeno quest’anno. La capacità di noi tarantini di immergerci nel più classico degli involucri di cenere è rinomata.

Si passa dall’esaltazione immotivata e infondata (vinceremo tutte le partite) alla più cupa demoralizzazione (squadra e tecnico incapaci, non andremo in Serie D). Equilibrio non fa parte del nostro vocabolario. Soprattutto la voce analisi è una pratica svolta con sempre più superficialità. Non c’è visione nell’analisi, non sono i risultati da soli a muovere le critiche, occorre fare uno sforzo per andare più in profondità. Credere che il torneo di Eccellenza potesse essere una passeggiata è stato un clamoroso abbaglio valutativo. Ma ritenere che il Taranto non abbia le qualità per ridurre il sottile margine che lo distanzia dalla concorrenza, quando ancora deve terminare un girone di andata, è sinceramente fuorviante. E teniamo da parte il discorso della Coppa. Pensare di dedicarsi ad un obiettivo, mollando l’altro, sarebbe da incoscienti a metà novembre. Ora non sappiamo se la squadra di Danucci (a nostro giudizio condannarlo appare fuori luogo al netto di singoli errori che ogni tecnico commette) vincerà, sappiamo che se la potrà giocare fino alla fine. Per i teorici dell’equilibrio dovrebbe al momento bastare. La squadra ha un organico competitivo, certamente da puntellare, soprattutto con un congruo numero di under per giostrare al meglio lo schieramento di partenza. Fermiamoci e osserviamo con obiettività: possiamo dire che la difesa non sia all’altezza? Possiamo affermare che il centrocampo non sia all’altezza? Possiamo pensare che, ora con gli ultimi due arrivi, l’attacco non sia all’altezza? Se il portiere, così tanto vituperato, comincia a parare i rigori e salvare i risultati, allora la nave rossoblù appare ipoteticamente davvero immune da falle. E le gare contro il Brindisi in Coppa, Bitonto e Canosa in campionato hanno dimostrato che quando vuole, il Taranto ha una cifra di gioco plasticamente superiore. I problemi sono contingenti. Nascono da una preparazione praticamente inesistente che periodicamente fa pagare il suo prezzo, si infittiscono in trasferta dove il Taranto non riesce ancora a calarsi nella mentalità del campionato (campi di gioco sconnessi, squadre agonisticamente vivaci quando incrociano gli ionici). In più si riscontra una condizione fisica altalenante che si mescola con cadute improvvise di concentrazione. I rigori solari causati da Souare ad Acquaviva e Delvino a Racale sono troppo simili per non maturare il sospetto (ma il silenzio stampa non doveva favorire una migliore concentrazione?). Argomento, quello del silenzio stampa (commendevole averlo ritirato, ma ce n’era davvero bisogno?) che ci permette di investigare le strategie della proprietà Ladisa. Acclamata e per certi versi osannata, ritenuta il punto di ripartenza ideale, al di là della categoria di appartenenza. Abbiamo anche speso parole lusinghiere sulla possibilità di vantare un credito verso il territorio, accettando qualche inciampo iniziale e piccoli vuoti organizzativi. Ma con il passare del tempo, questo credito si assottiglia e bisogna andare a guardare al concreto del lavoro svolto. Soprattutto, dopo il nulla assoluto degli ultimi cinque anni, ci si attendeva un cambio di passo in termini comunicativi, di circolazione della propria visione. Indicata in modo frammentario (di fatto siamo rimasti alla presentazione di Palazzo di Città e qualche post su facebook), si spera annunciata in una prossima conferenza stampa in cui si potranno comprendere le linee guida della condotta da assumere sul fronte stadio Iacovone.  E non solo, perché i tifosi discettano soprattutto se si potrà abbandonare al più presto l’Eccellenza (ecco ravvisiamo un certo scollamento tra questi due interessi). Soprattutto capire, in termini più calcistici, come si ovvia all’assenza di un direttore sportivo. In che modo potenziare la squadra, inquadrare meglio ruoli e mansioni di specifiche figure palesate nella diramazione del nuovo organigramma. Il credito non si è esaurito, si è disposti ancora a concederne per un po’. Ma fatalmente solo per un po’.

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