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“A chi ci ha attaccato, a chi ha dubitato, a chi ha sperato di vederci spezzati: dite pure quello che volete. Avete già perso o avete vinto il premio quello della mediocrità della pochezza culturale e morale, che non si lascia comprare da chi sfrutta le difficoltà. Noi siamo incrollabili”.

E poi. “Con profondo rammarico ma con assoluta convinzione, comunico oggi la mia decisione irrevocabile di rassegnare le dimissioni dalla carica di Presidente del Taranto Calcio. Ho investito cuore, passione e risorse per il nostro amato Taranto, ma arriva il momento in cui bisogna riconoscere i propri limiti e fare un passo indietro per il bene del club”.
Sono messaggi “social” (un giorno però bisognerà anche discernere sulle modalità di espressione e trovare le differenze, se ce ne sono, tra un post e una nota ufficiale del club) della stessa persona, Vito Ladisa massimo esponente societario, a distanza di appena una settimana. Capire quello sta succedendo in seno al Taranto calcio non è semplice. Magari può esserlo ad una lettura sommaria, facendo l’elenco di qualche errore nelle scelte degli uomini che si sono tradotte in risultati al di sotto delle attese. Oppure ad una riflessione logica avvalorando chi preconizzava nei ritardi tecnici e organizzativi, scorie che si sarebbero trascinate per buona parte della stagione, minimizzando il livello della concorrenza. E che ora, nemmeno una profonda revisione della rosa, sicuramente notevolmente migliorata, può risolvere in concreto. Non ci sono motivazioni logiche del perché il Taranto non riesca a battere Spinazzola e Polimnia, non c’è ragione perché i valori così distanti tra il Taranto e queste due avversarie non emergano con forza. Non può valere l’assioma che gli avversari triplichino le forze solo contro i rossoblù. Non regge. Panarelli, come Danucci (torna?) prima, hanno pagato per tutti, il cosiddetto “anello debole” inteso come allenatore, indicato dal direttore Danilo Pagni che per primo ha ufficializzato la decisione. Ma siamo anche certi che sarebbero bastati un serio approccio e una necessaria consapevolezza dei propri ruoli da parte dei giocatori di così alto spessore che, dettami tattici a parte, il Taranto avrebbe dovuto vincere spontaneamente e naturalmente queste due gare del campionato di Eccellenza.  Nel marasma del terremoto emotivo e sostanziale del post gara di Mola di Bari, poi, si sono alternati momenti contraddittori: nel momento in cui il dirigente calabrese annuncia il rilancio della società, è contemporaneamente spuntato il post di Vito Ladisa del suo disimpegno o passo indietro dalla carica di presidente. Per poi, lo stesso club, abiurare il termine disimpegno ribadendo “il profondo impegno per portare più in alto possibile i colori rossoblù, determinati e consapevoli che nonostante qualche errore e difficoltà il nostro obiettivo è ancora possibile e si può raggiungerlo uniti e compatti”. Sinceramente questo appare il problema minore. Si può giudicare l’operato, si può criticare una linea, ma il progetto resta tale, verrebbe da dire inscalfibile alle prime difficoltà. E la nota successiva della società autorizza a credere che davvero ci sia l’intenzione, almeno a parole, di proseguire il cammino. In questa stagione, soprattutto attraverso le ultime due strade percorribili (primo posto da bannare come obiettivo). La Coppa Italia, intesa come gara da vincere contro il Gallipoli, incombe a breve. Arrivarci con questa crisi tecnica da risolvere non è proprio il modo migliore. Stiamo parlando di quella che può essere tradotta come la gara più importante della stagione, sperando che ce ne siano altre in futuro. E se nella peggiore delle ipotesi dovesse andare tutto male, bisognerà prenderne atto. A molti sembrerà di bestemmiare, ma non vincere quest’anno, condannarsi ad un’altra stagione di Eccellenza non devono essere ostacoli alla prosecuzione dell’avventura societaria della famiglia Ladisa, che resta il nodo centrale. Magari l’anno prossimo, con la dovuta tempistica, senza gli affanni degli scorsi mesi estivi, si potrà davvero tecnicamente allestire una squadra “carro armato”. Probabilmente buona parte sono attualmente già in rosa. Si ragiona in questi termini, guardando oltre, provando ad avere una visione che non si fermi al primo impaccio, perché una gestione pluriennale è tale in quanto modulata per più stagioni mettendo in conto qualche imprevisto o rallentamento sul programma previsto. In molti non lo capiranno, pazienza. E’ normale che non si voglia pensare a questo scenario inquietante, anche perché fin quando ci saranno queste opzioni sul tavolo (Coppa Italia e playoff) il Taranto ha pieno diritto di rincorrere il suo obiettivo per simil vie. Non fermiamoci al risultato, vincere o perdere non identifica da solo la capacità di gestire un club, che si poggia su altri indicatori. Sapere di essere in mano ad una società forte deve lasciare sereni, sapere che questa società voglia investire a Taranto negli anni, deve lasciare ancora più sereni. Con queste premesse, prima o poi, si vince.

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