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Foto Studio R. Ingenito

Fino a pochi giorni fa vincere sempre era l’imperativo, condizione vincolante per disputare i playoff. I numeri, classifica alla mano, certificavano questa ipotesi.

Ora vincere sempre, le ultime dieci di campionato, non basterebbe più. Nemmeno prevalendo nello scontro diretto contro il Bisceglie di domenica 22 febbraio. L’onta di un distacco maggiore di sette punti tra la terza posizione attuale del Taranto e la seconda, Brindisi o Bisceglie che sia, sarebbe reale visto che le due dominatrici del girone pugliese di Eccellenza hanno una permanente simbiosi con i tre punti. Bisogna affidarsi agli inciampi altrui, a qualche risultato poco credibile a questo punto della stagione. Nel calcio tutto può essere, magari succederà. Ma è quello che fa il Taranto che non convince pienamente. Non battere l’Acquaviva è stato un grave passo falso, nonostante le cinque vittorie precedenti. Il tecnico Danucci ha definito l’1-1 di Manduria “lo specchio fedele della stagione”: i rossoblù fanno e disfano, compromettono il proprio destino con errori individuali troppo penalizzanti. L’errore del portiere Martinkus ha effetti immediati, ma non va isolato non solo per colpevolizzare il lituano, ma anche perché sarebbe troppo comodo puntare il dito su un solo elemento, peraltro uno dei più giovani. Ci sono responsabilità da scovare nel percorso. Al netto di qualche problema fisico, non si può tacere il rendimento complessivo di chi era giunto a Taranto con l’aura della “stella” in grado di fare la differenza. Nicola Loiodice è un fuoriclasse per la categoria, non si disconosce il valore qualitativo, ma è oggettivamente chiaro che la resa non è stata pari all’investimento. Capita, il calcio non è matematica, soprattutto non sempre ha una logica. Tre gol (Taurisano, Gallipoli, Mola), cinque minuti di follia tecnica nel finale di Taurisano, qualche dribbling con tanto di tocco di suola sul pallone e un paio di assist deliziosi, ma piuttosto decentrato (come posizione in campo e metaforicamente lontano dal cuore delle partite) soprattutto nelle gare decisive. Ma il problema non è Martinkus e nemmeno Loiodice. Il problema risiede in un gruppo che ha faticato per tutta la stagione ad essere squadra in campo. E oltretutto che non è stato capace di pareggiare l’intensità agonistica di formazioni con tassi qualitativi infinitamente inferiori al Taranto. Sullo sfondo restano le scelte societarie a volte impulsive e troppo “popolari” che si sono rivelate errate. Ma sono scelte, se n’è parlato, se ne parlerà a resoconto di questa annata. E ora? Autocitarsi non è esercizio simpatico, ma è altrettanto vero che qualche settimana fa avevamo paventato la possibilità di un’incapacità a giungere al termine di uno dei tre viatici prestabiliti per arrivare al salto di categoria. Anche sulla terza via si sta frapponendo un ostacolo insormontabile. La proprietà Ladisa ha rassicurato, qualche giorno fa, con una nota sul futuro impegno economico e programmatico. Questo è un aspetto determinante. Lo evidenziammo all’epoca: un progetto societario deve avere una forza autonoma, successivamente corroborata dal risultato in campo. Non è un primo fallimento sportivo che deve minare la bontà e la robustezza di un’idea di fare calcio. E’ anche vero che il risultato in campo, lo ascoltammo lo scorso 19 dicembre, appare vincolante per l’investimento legato allo sviluppo del prossimo stadio Iacovone. Qui bisognerà fare presto chiarezza. Disputare nuovamente un campionato di Eccellenza è un incubo che comincia a rodere le menti dei tifosi del Taranto. Non ce lo aspettavamo, nonostante i ritardi accumulati in partenza, ma lo sport è questo, prevede anche insuccessi inattesi. I rossoblù hanno il dovere di percorrere la terza via (playoff) fino all’ultima stilla di energia. Farlo per se stessi, farlo per i tifosi che si è capito ormai non verranno più riconquistati pienamente. La frattura (ha ragione Danucci) con il pubblico non si è compiuta a Manduria. L’1-1 di Spinazzola a dicembre scorso è un antefatto preciso, lì è deflagrato un malessere sotterraneo ma crescente. Purtroppo sostare in Eccellenza è una prigione invadente, una pena che per ora non prevede amnistie. A meno che nella prossima estate non accada qualcosa che sparigli le carte e non parliamo dei Giochi del Mediterraneo. E al momento possiamo solo ipotizzare tortuose vie d’uscita. A Taranto siamo abituati ai lunghi ed estenuanti romanzi da vivere nella stagione più calda. Se dovesse portare alla Serie D in qualche modo, tanto sudore non sarebbe stato vano.

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