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Game over, sipario, capolinea. In una sola parola si potrebbe affermare che sia la fine di tutto. Ma non è la fine di tutto per la Taranto calcistica.

E' la fine di un percorso, di un segmento, di una parte della storia. Come tutte le vicende umane, lo diceva una persona leggermente più importante di chi scrive, c'è un inizio e c'è anche una fine. Con il calcio si può lavorare per dettare una linea di continuità per ridare linfa all'aspetto passionale, ridimensionato e perduto negli ultimi tempi. L'esclusione dal campionato è solo la firma in calce ad una brutta vicenda, con personaggi discutibili e sconcertanti, che ci fanno utilizzare questi pesanti aggettivi non per le loro qualità umane che non conosciamo a fondo, ma per quanto hanno asserito in questi ultimi mesi. Affermazioni risibili, di parte ma grossolane, certamente promesse che non potevano essere mantenute. Il concentrato di quanto sta accadendo intorno a noi: la visibilità conta più della dignità o di ciò di cui si è portatore, a costo di assorbire strali di ogni genere, che fa arrossire anche la semplice libertà di espressione. No, il vale tutto, il posso dire quello che voglio senza solidi elementi oggettivi, deve cessare prima o poi. Stop alle surroghe e ai crediti di chissà quale provenienza, stop agli svincolati da prendere con il mercato fermo, stop ai gruppi di imprenditori piemontesi o svizzeri (da mettere in fila dopo quelli indiani o pakistani) di cui non si possono conoscere i nomi, stop alle birre offerte in piazza, stop all'utilizzo (impossibile) del campo di Faggiano, stop alla C in due anni o al sogno della A, stop a chi è debole di stomaco. Stop (preventivo) agli eventuali ricorsi che non servono a nulla. Stop soprattutto alla farsa del Taranto prima squadra sovrapposta con la squadra juniores. Continuate ad andare a scuola ragazzi, almeno lì potrete imparare qualcosa. Ma, almeno secondo noi, l'estromissione anticipata dal campionato non è un motivo per festeggiare. E' stata la via più drastica per rompere un cordone diventato troppo stretto e angusto, un sorso di veleno da ingerire ad uso liberatorio, ma di questa onta non c'è da andare fieri. Questa esclusione per il Taranto resta e resterà una sconfitta, scolpita in un passato che riecheggerà spesso minaccioso, peggiore anche dei “tanto a zero” orribilmente ammirati nelle ultime giornate. Questa schiuma di rabbia, però, sputiamola via in fretta. Non c'è da salire sul piedistallo o ritenere di essere sulla sponda giusta, a brandire chissà quale insegnamento, avvocati-giuristi-giornalisti-bancari-imprenditori tutti insieme; la solita ingenuità tarantina opportunamente shakerata con la saccente presunzione di saper disquisire e, magari, trovare il sistema per comprendere ogni tematica. Siamo stati catturati tutti, senza accorgercene, non si può fare finta di niente. E ne abbiamo pagato le conseguenze. C'è chi ha sbagliato più di altri, vero, ma sarebbe bene per il futuro partecipare, condividere, rispettare, avendo la bontà di conoscere il proprio ruolo. Massimo Giove ha sbagliato tanto e troppo, al suo voler essere “fuori da tutto” non ha fatto seguito un umile passaggio di consegne, quella “diligenza gestionale” che poteva e doveva preparare il terreno ad un futuro adeguato da affidare ad altri. Un anno fa il campanello d'allarme risuonava forte con i primi quattro punti di penalizzazione. Ora marzo emette nuovamente le sue idi nefaste. Giove si è ostinato a tenere in piedi una baracca che affondava e ha voluto affondare lui con tutti noi, contro qualsiasi indicatore finanziario, annebbiato da visioni cieche che non potevano condurre all'auspicata gestione dello Iacovone nel 2026. Come tutti gli eventi negativi, bisogna ora essere capaci di cogliere le opportunità. Non sappiamo se ci sarà la fila a chi vorrà affiliarsi (già comunque si registrano i primi movimenti), chi busserà alla porta comunale, chi avrà le credenziali immacolate per convincere i buoni uffici della FIGC. Sappiamo solo che si ripartirà nell'ipotesi migliore dall'Eccellenza (brutto dirlo ma questo ci meritiamo), non sappiamo dove si dovranno disputare le gare interne per l'anno prossimo (attenzione, però, perché a Iacovone ultimato problemi di natura economica potrebbero fatalmente emergere), l'entusiasmo che deriva dall'intraprendere un nuovo viaggio dovrà essere superiore ai contesti con cui bisognerà forzatamente misurarsi. Ma soprattutto bisognerà vincere quel dubbio ancestrale dell'incapacità di costruire nel nostro territorio qualcosa di efficiente, competente e ambizioso. Meritarci un futuro migliore calcisticamente parlando, tenendo alta l'attenzione perché Taranto tende talvolta ad apprezzare la figura sbagliata. Non è una questione di locali o forestieri, non è quella la discriminante. Si pretende solo che si facciano le cose per bene. Ne siamo capaci?

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