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L'assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Taranto: "Le classi raccontano una società che cambia, le scuole non possono essere lasciate sole. Al lavoro con la Regione per più mediatori linguistici".

Una scuola che non chiuda con l’ultima campanella. Che continui a vivere nel pomeriggio, offrendo ai bambini e ai ragazzi luoghi sicuri, attività, relazioni e opportunità. Una scuola che non sia soltanto un edificio, ma una vera infrastruttura sociale, capace di diventare il cuore della vita di un quartiere.
È questa l’idea di scuola su cui l’assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Taranto, Maria Lucia Simeone, invita ad aprire una riflessione, partendo da una delle questioni che oggi emergono con maggiore evidenza negli istituti cittadini: l’integrazione degli studenti provenienti da altri Paesi e la necessità di rafforzare la presenza dei mediatori linguistici.

«Le nostre classi raccontano una società che sta cambiando. Bambini e ragazzi con lingue, storie e culture diverse sono una ricchezza per tutti, ma perché l’incontro possa avvenire davvero bisogna prima di tutto potersi comprendere. Se uno studente non comprende ciò che dice il docente, se non riesce a comunicare con i compagni o se la sua famiglia incontra difficoltà nel rapporto con la scuola, il rischio è che l’inclusione resti soltanto una parola».
Da tempo diversi istituti segnalano la necessità di poter contare su figure professionali dedicate alla mediazione linguistica e culturale. Associazioni e volontari rappresentano spesso un supporto prezioso, ma non sempre sufficiente rispetto a bisogni che diventano più articolati e continuativi.

«Le scuole non possono essere lasciate sole ad affrontare trasformazioni sociali così importanti. Per questo mi sono già confrontata con il Dipartimento Welfare della Regione Puglia. Si sta lavorando all’individuazione di risorse e a possibili interventi per rafforzare la presenza dei mediatori, insieme a progetti sperimentali che potrebbero interessare anche i capoluoghi di provincia e quindi Taranto. È un percorso che seguiremo con grande attenzione».
Ma per Simeone il tema della lingua è soltanto una parte di una questione più ampia: quale scuola vogliamo costruire per i prossimi anni?

«Io immagino una scuola aperta e accogliente, che non esaurisca la propria funzione con le ore di lezione e con l’ultima campanella. Vorrei una scuola che possa continuare a vivere anche nel pomeriggio, con doposcuola, laboratori, sport, musica, lettura, gioco e attività ricreative. Una scuola capace di offrire ai bambini luoghi nei quali stare, crescere, incontrarsi e scoprire le proprie capacità».
Una prospettiva che assume un valore ancora maggiore nei quartieri in cui le opportunità educative, culturali e ricreative sono più limitate.

«Dobbiamo offrire ai bambini alternative vere. Non possiamo accettare che, terminata la scuola, l’unica possibilità per alcuni sia trascorrere il pomeriggio per strada perché intorno non esistono altri luoghi o altre occasioni. Aprire le scuole al territorio significa costruire spazi sicuri di socialità, contrastare la povertà educativa e accompagnare anche le famiglie».
In questa visione la scuola diventa il punto nel quale possono incontrarsi istituzioni, famiglie, associazioni, realtà sportive e culturali, servizi educativi e Terzo settore. Un presidio quotidiano capace di rafforzare il senso di appartenenza e la coesione della comunità.

«La scuola deve essere di tutti e per tutti. Accessibilità, universalità, inclusione e pari opportunità non possono essere principi astratti: devono tradursi nella possibilità concreta per ogni bambino di avere le stesse occasioni di apprendere, crescere e partecipare, indipendentemente dalla famiglia in cui nasce, dal quartiere in cui vive o dal Paese da cui proviene».
Da qui l’idea di andare oltre il concetto tradizionale di edificio scolastico.

«Una scuola non è soltanto aule, banchi e muri. È una delle infrastrutture sociali più importanti che una città possiede. Se una scuola è viva, aperta e attraversata dalla propria comunità, cresce tutto il quartiere. È lì che possiamo costruire integrazione, prevenire l’isolamento, creare relazioni e ridurre le disuguaglianze. La sfida è fare in modo che ogni bambino senta la scuola come un luogo che gli appartiene e nel quale possa trovare sempre una porta aperta».

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